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L'analisi

Autismo, trasformare l'utopia in un mondo possibile

Autismo, trasformare l'utopia in un mondo possibile

 
Autistici si nasce, allo stesso modo in cui si nasce biondi e con gli occhi azzurri o neri o gialli, a riprova che il nostro bisogno di conformità  e di certezze ci fa perdere di vista come le possibilità, che ci sono date dalla natura, siano infinitamente più grandi, più oscure, e talvolta più varie di ciò che noi immaginiamo per abitudine e per bisogno di conformità.

 «Quando è nato ero felicissimo, nessuno, come me, aveva avuto ancora un figlio tra le persone che conoscevo, mi sentivo ricco e invece…»


Chi parla è un padre, un padre qualsiasi dei tanti che si dibattono tra la normalità e la straordinarietà di una vita con un figlio autistico ad alto funzionamento, e sì perché non si è autistici e basta ma si è autistici per gradi differenti, come del resto si è stupidi o straordinariamente intelligenti.


E come è un problema essere straordinariamente intelligenti in un mondo mediocre, così è un problema essere autistici in forma lieve. Meglio sarebbe che si fosse affetti da autismo grave, almeno si potrebbe scaricare sul destino cinico e baro, e quindi sul Padreterno, la difficoltà di un autistico alla perenne ricerca di senso. E invece un autistico è normale nonostante le sue idiosincrasie, nonostante i suoi tempi vuoti, nonostante il suo bisogno continuo e costante di affetto e di attenzioni, nonostante una fragilità esistenziale così manifesta da essere derubricata in patologia, per comodità sia medica sia familiare.


Eppure, proprio perché autistici ci nasce, l’autismo ci accompagna da sempre e da sempre gli autistici hanno condizionato, in positivo, la nostra vita.


Possiamo dire che senza Michelangelo Buonarroti l'Arte sarebbe ciò che è, ovvero la capacità  di sconfiggere le barriere della materia, e del tempo, grazie alla pittura e alla scultura, e grazie alla sua capacità visionaria di renderle tattili ?


E che ne sarebbe di Bach e della capacità di Glenn Gould di accarezzarne la mente mentre riproduceva questa carezza attraverso il suono?


E di Simone Weil e dei suoi studi, così profondi, sulla società già alienata prima di ora?


E ci sarebbe mai stato, a cinema, un Hannibal Lecter di efferata e lucida ferocia senza sir Antony Hopkins?


Avremmo mai capito il lato ludico e drammatico di una composizione musicale senza la facilità geniale con cui ce l' ha fatto comprendere Mozart?


Senza costoro, e tanti altri ve ne sono ancora che hanno condizionato la nostra vita in meglio, sarebbe stato difficile calarsi dentro noi stessi con leggera incoscienza, eppure costoro erano e sono tutti affetti d’autismo, eppure il loro genio, probabile conseguenza del loro stare da autistici al mondo, è fuori discussione.


Insomma quando dell’autismo si ignorava tutto si viveva meglio, perché la capacità dell’autistico di vivere in apnea dentro se stesso serviva a semplificare il mondo degli altri attraverso le sue doti e il suo sguardo più  ragionato sul mondo, un fatto che assumeva i contorni della genialità e che sosteneva tutto, al punto di rendere le difficoltà comunicative dell’autistico, il suo bisogno di perfezione sensoriale, un vezzo.


«Oggi la percezione dell’autismo è cambiata grazie a Leo Kanner che nel 1944, per primo, distinse le varie forme di autismo. Prima di lui, per i medici non esisteva l’autismo e le persone colpite dalla sindrome erano considerate malate di mente. Venivano così confuse tra isterici, dementi, schizofrenici, bipolari o maniaco depressivi. Negli ultimi anni però la diagnosi è cambiata, migliorata. Vengono riconosciuti moltissimi autismi, nel loro insieme denominati disturbi dello Spettro Autistico. Ma, se da una parte le conoscenze scientifiche aumentano, rimane ancora confusa la conoscenza della materia. Manca una cultura, soprattutto nell’opinione pubblica, riguardo la complessità dello Spettro.»   Come sempre tutto è nelle mani di chi con un autistico ci vive giorno dopo giorno, e nella sua capacità di accettare l’enorme mole di lavoro che comporta vivere con una a persona ad alta densità emotiva, e quindi ad alta densità sensoriale, qual è un autistico.


In Italia l'esempio più  famoso è Gianluca Nicoletti, ma è la punta dell’iceberg, un iceberg che si compone di storie compatte di famiglie che rincorrono il tempo labile e molle di un figlio, che per stare in piedi da solo ha necessità di stare continuamente  a ricucire la tela strappata della propria  identità.


E se da una parte oggi è possibile fare progressi nei casi di diagnosi precoce, è ancora difficile riuscire a ritagliare un mondo più solidale per chi da adulto autistico non ha trovato ancora la propria dimensione. Qualcosa si muove, ci sono delle catene di supermercati che assumono persone ad alto funzionamento, gli autistici autonomi per intenderci, per facilitare la spesa a chi come loro si perde tra carrelli e desideri spesso alla ricerca non di cibo essenziale ma di ciò che è per loro ancora sconosciuto e quindi più  desiderabile.


E allora serve scrivere che un autistico è una persona che desidera fortemente e che desirerebbe un mondo per come lui lo sente.


Un privilegiato insomma in un mondo in cui si guarda solo al deserto e mai più si cerca l'acqua.


Basterebbe partire da questo, dal bisogno di ognuno di noi di trasformare l’utopia nel mondo del possibile, un’istanza democratica dopo tutto, per comprendere che autistici si nasce, tutti, alcuni da svegli altri assopiti e per sempre perduti.

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