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I pensieri dell'Altrove

Noi figli delle stelle tra tanti buchi neri

Più si hanno desideri più si nuota verso la salvezza, più si ha consapevolezza saggia della fine più si vede la luce, meno convinzioni ci metti meno il buco nero si scorderà di te.

Noi figli delle stelle tra tanti buchi neri

Io dai buchi neri non sono solo incuriosita, ma sono proprio attratta. A cominciare dall'espressione 'buco nero', cioè qualcosa che rimanda ad immagini con delle profondità poco esplorate e poco ospitali, che non concedono vie di uscite o comode manovre per recuperare gli spazi. In più questi sono neri, senza interpretazioni o emissioni di luce, senza colori e senza fantasia. Se volessi immaginare luoghi più ostili un po' di fatica la faccio, credo resti solo l'inferno. Ci hanno spiegato gli esperti che all'interno dei buchi neri c'è una tale densità della materia che tutto succhia e tutto schiaccia. Attacca, attira, aspira, e poi condensa e ammassa, qualunque corpo celeste nelle vicinanze viene rapito e fagocitato, segno di una ingordigia onnipotente, di un eccesso di megalomania patologica, di un'autostima stellare che più si nutre di se stessa più ha ragione di ingoiare. Ora, poiché qui siamo tutti figli delle stelle (ce lo ricordava pure Alain Sorrenti) arriva prima o poi anche per noi il momento in cui ci andiamo a strafacciare con i nostri più terreni buchi neri. È inevitabile. Sono impatti primordiali di dolore, di caos, di annientamento. Sono quei vortici con una forza centrifuga incontrollabile dove, sprovvisti di qualunque attrezzatura furba di salvataggio, noi uomini dobbiamo riuscire a trovare il piccolo foro di uscita per salvarci dal devastante buco d'entrata. E già questo ci fa positivamente pensare che siamo sicuramente meno luminosi e ancor meno poetici delle stelle ma, forse, più intelligenti o più fortunati. Forse. La cosa certissima invece è che i risucchiati, quando si trovano oppressi dal buco nero, capiscono subito alcune cose fondamentali: per esempio che la morte, il delirio o la follia, l'infelicità bastarda e la solitudine ontologica non sono poi concetti così siderali, al contrario sono molto mortali e molto parenti stretti dell'ordinario che tendiamo a guardare con la superficialità degli ignoranti. Quando sei nel tuo buco nero, ti accorgi presto della condizione limitata e al tempo stesso infinita dell'essere umano, capisci che se smetti di respirare hai smesso di vivere e che se ancora ne hai voglia, di vita, devi approfittare di qualunque solvente ti venga offerto per staccarti dalla colla cosmica che ti toglie l'ossigeno. Più si hanno desideri più si nuota verso la salvezza, più si ha consapevolezza saggia della fine più si vede la luce, meno convinzioni ci metti meno il buco nero si scorderà di te. Anzi, ti si affezionerà come un cane randagio e ti seguirà a vita pur di avere anche solo il frammento di un ossicino di una falangetta del dito mignolo. In questi giorni si è parlato tanto di buchi neri, di questa scoperta che ci informa di una collisione fra due buchi avvenuta un miliardo di anni fa e che ha poi creato e rilasciato le onde gravitazionali. È come se l'universo avesse parlato, perché si è anche udito un suono breve simile ad sibilo. La suggestione è forte, un sibilo come un ultimo grido o come un canto d'amore e di dolore durante un collasso spazio- temporale irreversibile. E a me pare una cosa bella e sentimentale pensare, chiedendo scusa alla fisica, che in tutta questa densità cosmica inquietante, infinita, protagonista di fusioni violente, pure le stelle ogni tot di milioni di anni, probabilmente piangono.

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Mariantonietta Ippolito

Mariantonietta Ippolito

Il pensiero è la forma più inviolabile e libera che un individuo possa avere. Il pensiero è espressione di verità, di crudezza, di amore. Quando il pensiero diventa parola il rischio della contaminazione della sua autenticità è alto. La scrittura, invece, lo assottiglia, ma non lo violenta. Io amo la scrittura, quella asciutta, un po’ spigolosa, quella che va per sottrazioni e non per addizioni. Quella che mi rappresenta e mi assomiglia, quella che proverò a proporre qui. Dal mondo di “Kabul” al vasto mondo dei pensieri dell’”altrove”.

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