IL MATTINO
Il Sud oltre il sipario
30.03.2026 - 15:34
Non è una chiusura, è una consegna. Quando l’ultimo fotogramma dell’ultima stagione di Imma Tataranni sfuma nel nero, la sensazione non è quella del congedo da un personaggio, ma del compimento di un’epopea minima eppure universale. Il regista ha scelto di sigillare la narrazione con un richiamo che non è solo citazionismo, ma un atto di giustizia poetica: quella chiusura alla Filomena Marturano che è, al contempo, un omaggio alla storia del teatro e una tesi sociologica sulla resistenza degli affetti. Scegliere di evocare Filomena significa dire che l’amore non è un reperto archeologico, né la passione un incendio che lascia solo cenere. È una materia viva che si rigenera nel conflitto. E se Vanessa Scalera e Massimiliano Gallo hanno già prestato i loro corpi e le loro voci al capolavoro di Eduardo, ritrovarli in quella tensione finale tra Imma e Pietro non è solo un gioco di specchi per spettatori attenti. È la dimostrazione che certi archetipi non muoiono, cambiano solo abito, spostandosi dai bassi napoletani ai sassi lucani, mantenendo intatta la stessa, disperata dignità. Questa quinta stagione ha segnato un punto di non ritorno. Imma si è mostrata di più, si è scorticata. Ha svestito la corazza del sostituto procuratore per rivelare le fragilità di una donna che, nel pieno della maturità, deve fare i conti con il riverbero delle proprie scelte. L’innesto di Rocco Papaleo in questo meccanismo non è stato un semplice cammeo di lusso; è stato il reagente chimico che ha dato una nuova, feroce incisività alla recitazione della Scalera. La presenza di Papaleo ha agito come un contrappunto malinconico e insieme ironico, costringendo il personaggio di Imma a specchiarsi in una lucanità più ancestrale, meno burocratica, più viscerale. Ma il vero scarto, quello che rende questa serie un documento memorabile della nostra contemporaneità, risiede nel destino finale della protagonista: la partenza per Milano come Procuratore capo. In questo movimento geografico e professionale si legge la parabola di un Sud che ha smesso di piangersi addosso per iniziare a dettare l'agenda. Non è più la fuga dei cervelli per necessità; è la migrazione del merito per vocazione. È l’immagine del Sud che studia, che si spacca la schiena sui codici, che non cerca scorciatoie e che, alla fine, vince. Vince nel pubblico, conquistando i vertici delle istituzioni in quella Milano che per decenni è stata il simbolo di un’efficienza preclusa a chi veniva da sotto il Garigliano. Ma soprattutto, vince nel privato. E qui sta l’acume della scrittura: la vittoria di Imma non è un trionfo muscolare. È una vittoria che passa attraverso l’accettazione della sconfitta. Diventare grandi, come individui e come collettività, significa capire che non si può possedere tutto, che il compromesso non è una resa ma una forma alta di equilibrio, e che l’amore, proprio come nella lezione eduardiana, è un atto di fede che sopravvive anche quando la logica direbbe il contrario. Sociologicamente, Imma Tataranni ha operato una decolonizzazione dell’immaginario. Ha sottratto la Basilicata e il Mezzogiorno tutto allo stereotipo del folklore o della criminalità per restituirgli la dignità della normalità complessa. Imma non è un’eroina senza macchia, è una donna spigolosa, a tratti insopportabile, profondamente umana. La sua ascesa a Milano è il simbolo di una borghesia del sapere che nasce dal fango e dal sacrificio, una classe dirigente che non ha dimenticato l’odore della terra ma che sa maneggiare il potere con una severa analisi etica. Il merito più grande di questa serie TV è stato quello di raccontare un Sud che è "diventato grande" senza tradire se stesso. Ha mostrato che si può essere cosmopoliti restando profondamente locali. Ha spiegato che la cultura è l’unica vera infrastruttura capace di accorciare le distanze tra Matera e il resto d'Europa. In quel finale che profuma di teatro e di vita vera, c’è la sintesi di un viaggio. L'amore non si perde, la passione non svanisce: mutano forma, diventano memoria condivisa, diventano la forza per affrontare un nuovo ufficio all'ombra del Duomo, portandosi dietro la luce accecante del sole del Sud e la consapevolezza che, per quanto lontano si possa andare, le radici storiche e sociali di ciò che siamo restano l’unico punto di riferimento per non perdersi nella superficie dei fatti. Imma che parte per Milano è il Mezzogiorno che non chiede più permesso, ma che entra dalla porta principale, forte di una preparazione che non teme confronti. È la chiusura di un cerchio che apre, però, una riflessione profonda su cosa significhi oggi avere successo in Italia: non è più solo una questione di status, ma di coerenza. Ed è proprio questa coerenza, venata di una sottile ironia e di una commovente umanità, che resterà impressa come il lascito più prezioso di questa storia.
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