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25.03.2026 - 22:37
il premier Meloni
Il day after del referendum sulla giustizia lascia dietro di sé macerie politiche e nervi scoperti soprattutto in casa Fratelli d’Italia. Non è solo il risultato – ben al di sotto delle aspettative – a pesare, ma il modo in cui ci si è arrivati: una campagna fragile, disordinata, partita verosimilmente in discesa e segnata nel vivo del dibattito, giorno dopo giorno, da vicende parallele che hanno minato credibilità e compattezza agli occhi degli italiani, in particolar modo verso il partito degli indecisi. Quelli che, quasi sempre, decidono le elezioni. Giorgia Meloni lo sa bene: la leadership si misura nei momenti di difficoltà e la risposta è stata rapida, quasi chirurgica. Una sequenza di scelte forse indotte, forse no, che somiglia ad una resa dei conti interna. Dopo il sottosegretario alla Giustizia Delmastro e il passo indietro del capo di gabinetto Bortolozzi, sono arrivate oggi le dimissioni del ministro Santanchè. Vicende profondamente diverse, certo, ma accomunate da un filo politico evidente: la necessità di ristabilire ordine e disciplina dentro un partito che ben prima del passaggio referendario ha mostrato crepe profonde, diventate nell'ultimo mese vere e proprie voragini. La scure si è abbattuta tanto sulla sfera politica quanto su quella tecnica. Non si tratta solo di responsabilità individuali e di leggerezze personali, ma di un messaggio complessivo: chi espone il partito a debolezza, chi contribuisce – direttamente o indirettamente – a incrinarne l’immagine e la credibilità è destinato a pagare le conseguenze. È una logica di comando, più che di gestione. Una logica che evidentemente, di tanto in tanto, è indispensabile nei processi di crescita, specialmente in un partito arrivato al 30 per cento e costretto a fare i conti con i propri limiti interni e strutturali sia a livello romano che periferico. Eppure, nel pieno delle purghe meloniane, emerge una contraddizione difficile da ignorare. C’è almeno una vicenda che continua a restare sospesa: quella del deputato Aldo Mattia. Le sue parole, pronunciate pubblicamente a Genzano di Lucania, per evocare senza ambiguità il voto clientelare, sollevando una bufera mediatica nazionale, sono arrivate nel momento peggiore possibile: una settimana prima del voto. Eppure, a differenza di altri, sul deputato ciociaro eletto in Basilicata non si è ancora abbattuta alcuna sciabola. Mattia non ha nessun incarico di governo, certo, ma il silenzio pesa. Perché se è vero che la linea è quella della tolleranza zero verso chi mette in difficoltà il partito, allora l’assenza di un intervento rischia di apparire come una frattura nella stessa narrazione del rigore. A rendere il quadro ancora più problematico è stato il comportamento della segreteria regionale di Fratelli d’Italia in Basilicata. Nessuna distanza immediata, nessuna dissociazione successiva. A pochi giorni dal voto. Il punto, in fondo, è tutto qui: la gestione della responsabilità. Il referendum sulla giustizia non è stato solo un passaggio elettorale fallito, ma un banco di prova per la tenuta di Fratelli d’Italia. Meloni ha scelto la strada della disciplina, consapevole che la leadership si consolida anche – e soprattutto – nei momenti di crisi. La sua mano ferma lascia intendere che FdI non teme le sfide: sa reagire, sa decidere e sa che la credibilità di un partito si costruisce – e si difende – giorno dopo giorno.
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