IL MATTINO
Sport
26.03.2026 - 12:35
Quasi tutti i miei articoli hanno un legame con “quel paese” che è il “mio paese”, un posto verso cui ho un attaccamento talmente forte da non aver mai spostato la residenza nonostante a questo punto della mia vita siano più gli anni che ho vissuto fuori. Sabato 21 ero “tornata giù” per votare al referendum sulla giustizia ed ho avuto la possibilità di vivere in prima persona un momento che resterà impresso nella storia locale: la vittoria del campionato provinciale di calcio a 5, serie D, con una giornata di anticipo. Per altre realtà abituate a competizioni più blasonate, questo traguardo non avrebbe significato niente, per noi invece vale tantissimo, per varie ragioni che proverò ad elencare. Cominciamo da quella temporale: il Colobraro torna a vincere un campionato dopo 46 anni, anche se nella versione futsal. Sempre parlando di tempo, questa volta però inteso come calendario, il traguardo è arrivato dopo soli 6 mesi, nessuno lo avrebbe immaginato. Nessuno a parte i 5 ragazzi che lo scorso 16 settembre
hanno costituito la società A.S.D. Colobraro. Nell’eterno ed irrisolto dilemma tra partire e restare, Antonio, Giuseppe, Leonardo, Nicola e Felice hanno scelto la seconda opzione. Consapevoli del ruolo sociale che il calcio riveste, soprattutto in realtà come le nostre, hanno individuato in questo linguaggio universale il mezzo per risvegliare il senso di comunità attraverso i valori di identità e appartenenza, inclusione ed integrazione, intrinsechi dello sport. Non solo dai festeggiamenti per la vittoria ma anche dal notevole seguito che la squadra ha avuto nel corso della stagione, devo dire che ci sono riusciti eccome! E’ stato un campionato itinerante per le partite casalinghe perché Colobraro al momento non dispone di un campo, oggetto di lavori di riqualificazione. Quella che inizialmente sembrava una penalizzazione si è rivelata però un’occasione per rafforzare i legami con i territori vicini che hanno aperto le porte alle partite, trasformando una difficoltà in un’esperienza di condivisione. Lo spopolamento che affligge questo borgo come la quasi totalità della regione, ha portato la dirigenza a cercare nuove energie oltre i confini locali. La squadra, come il paese che rappresenta, ha scelto di non chiudersi ma di accogliere nuovi volti, nuove storie, nuovi accenti. Così in questo piccolo spogliatoio si riflette una verità più grande: ogni comunità che apre le porte non
si perde ma si trasforma, trovando nuova forza proprio nella diversità. L’apertura verso l’altro non è solo una soluzione pratica ma diventa una risorsa capace di rigenerare comunità e identità. Del resto è quello che avviene anche nei grandi club perché se l’obiettivo è creare una squadra vincente, la provenienza dei suoi componenti è irrilevante. Ed eccoli i nomi dei protagonisti che ci hanno regalato questo sogno: Domenico, Gabriel, Flavio, Vincenzo, Gino, Filippo, Gabriele, Goni, Pier, Carlo, Andrea, Giulio e dulcis in fundo, i due colobraresi doc Domenico ed Emanuele. Last but tutt’altro che least, il leader della squadra e capocannoniere del campionato: Armando. Questi ragazzi supportati da famiglie, amici, dal rappresentante dei tifosi Luca e, non posso non citare gli sponsor, pubblici e privati, che nello sport, anche a livello locale, sono fondamentali per garantire risorse
economiche essenziali, hanno conquistato una vittoria che riempie di orgoglio, restituisce un nuovo tipo di visibilità al borgo … e spiega anche la prima parte del titolo. E allora perché parlo anche di rabbia? Sicuramente non per sminuire questo traguardo o rattristare chi legge ma poiché ritengo che alcune riflessioni siano doverose. Il trionfo sul campo racconta una storia di comunità e di riscatto, basti pensare alla nomea di Colobraro ed agli annessi gesti che da sempre subiamo nel nominarlo. Fuori dal campo, però, restano i problemi comuni alle piccole realtà italiane: le serrande abbassate, le classi accorpate, lo spopolamento, la scomparsa di servizi essenziali, la mancanza di prospettive per le nuove generazioni. Per evitare che questo successo resti una luce importante ma isolata, è necessario che tutta la comunità trasformi lo spirito del calcio in impegno quotidiano e scenda in campo, ciascuno nel proprio ruolo, giocando in attacco e chiedendosi come rendersi utile piuttosto che aspettare nelle retrovie la classica manna dal cielo. Per fare la differenza la partita deve diventare collettiva e coinvolgerci tutti, ben oltre il rettangolo di gioco, al grido di: Colobraro nel cuore, neroverde sulla pelle, urla forte il tuo nome, più forte delle stelle!
edizione digitale
Il Mattino di foggia