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Ulcera? Può essere tua madre che continua a "morderti"

La dinamica sottesa all’insorgere dell’ulcera ha solitamente le sue radici nelle primissime fasi di vita.

Ulcera? Può essere tua madre che continua a "morderti"

Opera di Gabriele Talarico (galleria piziarte.net)

Accanto alla rappresentazione della madre buona, che nutre, si crea anche quella della madre cattiva, che viene repressa e proiettata all’esterno. Nelle storie dei malati di ulcera si trovano spesso madri oggettivamente frustratrici, che gestiscono in modo rigido i tempi di allattamento, respingono le espressioni di aggressività, sessualità ed indipendenza e, anche se apparentemente spingono i figli all’affermazione sociale, si oppongono di fatto ad un distacco da loro, anche in età adulta. 

Tra i disturbi gastrici, il più studiato dal punto di vista psicosomatico è l’ulcera peptica. Negli ultimi cinquant’anni sono state numerosissime le ricerche svolte sia dal punto di vista psicofisiologico che psicoanalitico sulle modificazioni dell’attività gastrica sotto l’influsso delle emozioni. Ed oggi è ormai ampiamente riconosciuta l’influenza dei fattori emotivi sulla genesi di questo disturbo. La dinamica sottesa all’insorgere dell’ulcera ha solitamente le sue radici nelle primissime fasi di vita. Secondo Garma, considerato il padre della psicoanalisi argentina, il bambino attribuisce alla madre la responsabilità delle proprie sensazioni organiche anche spiacevoli: così è la mamma che toglie il cibo (fame), dà alimenti cattivi (disturbi intestinali) e morde dentro (dolori gastrici). Dunque, accanto alla rappresentazione della madre buona, che nutre, si crea anche quella della madre cattiva, che viene repressa e proiettata all’esterno. Come Garma stesso sottolinea, nelle storie dei malati di ulcera si trovano spesso madri oggettivamente frustratrici, che gestiscono in modo rigido i tempi di allattamento, respingono le espressioni di aggressività, sessualità ed indipendenza e, anche se apparentemente spingono i figli all’affermazione sociale, si oppongono di fatto ad un distacco da loro, anche in età adulta. Ebbene, le frustrazioni della vita adulta possono condurre alla regressione alla fase orale-digestiva, tanto da far riemergere la cattiva madre interiorizzata che “morde di nuovo”. Il sintomo stesso dell’ulcera peptica simbolizza, sempre secondo Garma, il taglio del cordone ombelicale, la ferita di castrazione, la punizione inflitta dalla madre persecutrice per i tentativi di indipendenza. Quali possono essere allora i tratti di personalità del paziente ulceroso? E’ possibile riassumerli nella cosiddetta “personalità di successo”. Si tratta, cioè, di una persona che ricerca il successo in modo spasmodico, come rivalsa verso la propria dipendenza dal mondo materno e come tentativo di affermare la propria autonomia dagli altri. Egli vive, però, al contempo, in uno stato di profonda dipendenza, di cui ha molta paura e che vuole nascondere a tutti i costi, spaventato dall’idea che qualcuno possa accorgersi della sua grande esigenza di rassicurazione. Tale ansia di indipendenza, realizzazione e successo, a ben guardare, tende quindi a coprire un profondo desiderio di dipendenza e di protezione. Altre caratteristiche ricorrenti possono essere: la tendenza a reprimere fortemente la propria contrarietà e aggressività, rivolgendola su se stesso, una sessualità di impronta infantile, che a volte risulta molto repressa o quasi assente, altre volte vissuta in modo frenato per il timore di restare delusi nel proprio bisogno d’amore e una madre invadente che vuole imporre le proprie scelte di vita. Nonostante questi aspetti siano riscontrabili in molti pazienti ulcerosi, non è corretto farne però uno schema rigido, in quanto la realtà clinica si presenta molto più variegata. Dunque, affinchè ci sia una vera guarigione, è fondamentale un profondo cambiamento psichico ed emotivo. In virtù di una indispensabile autonomia, è necessario, infatti, imparare due elementi fondamentali, ossia chiedere agli altri ciò di cui si sente il bisogno, superando la paura di ricevere un rifiuto, ed essere meno severi con se stessi. Una psicoterapia può senz’altro rivelarsi utile.


BIBLIOGRAFIA

Dizionario di Medicina Psicosomatica. Edizioni Riza S.p.A. 2012.

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Tiziana Prencipe

Tiziana Prencipe

Il desiderio è una forza che ci attraversa. E’ diversa. Non è la forza dell’io semplicemente, ma è qualcosa di ulteriore rispetto all’io. E’ così che la psicologia mi ha trovato e io mi sono fatta trovare. Ho conseguito, quindi, la laurea in psicologia clinica e della salute a Chieti e, ben presto, la specializzazione in psicoterapia presso l’Istituto Riza di medicina psicosomatica di Milano. Non solo una preparazione professionale, ma un vero e proprio percorso interiore. Ho ottenuto poi un master in perizia e psicologia giuridica e attualmente svolgo la libera professione in qualità di psicologa e psicoterapeuta, esperta in tecniche di rilassamento a mediazione corporea e tecniche immaginative.  Al contempo sono relatrice in numerosi convegni, corsi e dibattiti su tematiche di psicologia. Una mente e dunque un corpo. Un corpo danzante, una passione chiamata ballo: per anni atleta agonista della federazione italiana danza sportiva. Quando qualcuno rinuncia ad ascoltare la chiamata del proprio desiderio, lì la vita si ammala.

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