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IL PIANETA VEGA

Che sia Natale per tutti

La festa più attesa dell'anno è arrivata, con tutto il suo carico di significati. E può essere il momento opportuno per conciliare la teologia cristiana con l'idea che tutte le creature hanno dignità di esistere e di veder tutelata la propria vita.

Che sia Natale per tutti

Siamo di nuovo a Natale! Anche se forse non ha più molto senso chiamarlo così. La parola "Natale" implica l'idea di nascita... Forse sarebbe più opportuno, oggi, chiamarlo "Comperale", "Commerciale", "Solidale", "Buonismale"... In quanto per questa ricorrenza il significato di quello che i latini chiamavano Dies Natalis e che noi tradurremmo come "compleanno" (e che compleanno è quello che si festeggia il 25 dicembre!) si è un po' perso per strada.Ad ogni modo, ci si creda o no che quel giorno di duemila e passa anni fa sia nato quel certo personaggio famoso, Natale lo festeggiano un po' tutti. E quindi - almeno chi può permetterselo - lo si farà anche a tavola, con l'immancabile cenone. Beh, che dire. Non sembra un po' sui generis che anche questa festa, come pure avviene per la Pasqua, venga celebrata con riti di morte? Pesce e carne saranno sulle tavole di moltissimi italiani (e della stragrande maggioranza del mondo cristiano) in un convivio che di nascita e di vita non avrà nulla.

Dato che parliamo di una festa cristiana, e che io cristiana lo sono, mi piace affrontare l'argomento da questo punto di vista. E' vero che la Chiesa (cattolica, mi limiterò a parlare di questa) non ha mai né potrà mai, almeno per come stanno le cose oggi, esprimersi dogmaticamente riguardo all'alimentazione, soprattutto se si parla di alimentazione a base vegetale. Ed è vero che, purtroppo, i cattolici e i cristiani in genere spesso sono sordi dall'orecchio che dovrebbe ascoltare il grido che viene dai nostri fratelli minori, che a diventare coscia, petto, chela, lisca, zampa, ala, fettina e quant'altro non ci tengono proprio. Anzi, spesso proprio dalle persone più religiose sembra venire un rifiuto categorico di ogni apertura al vegetarismo. Ed è quanto mai strano. Non dovrebbero, proprio i cristiani, essere quelli più aperti alla tenerezza verso ogni creatura? 

E' comprensibile che l'antispecismo sia combattuto dalla teologia cattolica, in quanto perora l'abbattimento del paradigma antropocentrico che sembra tanto caro invece alla Chiesa. Non si può negare che non di rado l'antispecismo, dal canto suo, devia pericolosamente verso il rovescio della medaglia, ossia l'indifferenza se non l'odio verso l'umano. Evidentemente, però, entrambi gli approcci rischiano di diventare sbagliati nel momento in cui la loro portata viene distorta. Da un lato, l'antropocentrismo non può assolutamente diventare dominio indiscriminato sul mondo e sulle creature che lo abitano. Il dominio che l'uomo deve esercitare è quello del dominus, del signore come padre, o padrone di casa, dunque con cura, senso di custodia e rispetto, non quello del despotes. L'antispecismo, semplificando, propugna l'uguaglianza fra le specie animali e questo non può essere accettato dalla religione cattolica e cristiana in generale, che vede nell'uomo il primogenito di Dio e il destinatario della Sua salvezza tramite il sacrificio redentore della croce. Il discorso è piuttosto lungo e non lo si può esaurire nelle poche righe di un blog, ma l'ho accennato per inquadrare da dove nasce il conflitto fra teologia e un certo tipo di animalismo. Il vero problema, però, è che il cristiano medio non sa o non pensa minimamente alla questione teologica e antispecista, pensa solo a dover fare la spesa e a preparare il cenone, in barba ai massimi sistemi sopra nominati. Non sarebbe il caso, dunque, che si faccia finalmente una seria riflessione non solo teologica, ma anche pastorale riguardo alla questione del vegetarismo?

Smettere di uccidere animali, insistere sul senso di vita e compassione di festività quali il Natale e la Pasqua, non è un lusso, non è un vezzo. Dovrebbe diventare pane quotidiano. E non per mettere gli animali prima dell'uomo, no. Nemmeno bisogna nascondersi dietro la scusa che ci sono tante persone sofferenti e bisogna pensare prima a loro. Sì, perché anche questa, spesso, diventa nient'altro che un paravento dietro al quale infuria la tempesta di prevaricazione dell'uomo sull'uomo. Infatti mentre si dice che bisogna pensare prima alle persone, non ci si rende conto che proprio con una dieta vegetale si salverebbero dalla fame molti esseri umani (dati FAO, non miei). Oppure mentre si preparano gli alberi di Natale che tanto allietano le nostre case, ci si dimentica che qualche manina infantile molto probabilmente, chissà in quale parte del mondo, ha fabbricato quei gingilli tanto carini e magari li ha dipinti con vernici tossiche. Per cui sì, siamo d'accordo che occorre pensare alle persone. Bene, pensiamoci! Di certo non è continuando per questa china che avremo un mondo più cristiano, o meglio ancora, per restare in tema, più natalizio, per usare una tautologia. In realtà curare e custodire il creato, rispettare la vita dei viventi (e non solo di quelli che ci somigliano) non è un gesto che va contro l'uomo e nemmeno contro Dio. Anzi, è tutto a favore di Dio, tutto per dargli lode. Chi di noi sarebbe contento se, avendo realizzato un bel giardino e avendolo messo a disposizione dei nostri figli, questo venisse da loro stessi devastato? E se avessimo messo in quel giardino delle belle statue, magari scolpite con le nostre mani, avremmo piacere se venissero distrutte? Probabilmente nemmeno a Dio piace quel che stiamo facendo a questo pianeta e ai suoi abitanti (che sono molto più che statue). Senza dimenticare che la nascita del Bambino secondo la tradizione oltre alle pecore ha avuto due testimoni privilegiati: il calore gli è arrivato non solo dalle braccia di Maria e di Giuseppe, ma anche dal fiato dell'asino e del bue. A sottolineare come non ci sia stato nessuno escluso da quel lieto annunzio: dagli angeli del Cielo all'ultimo animale sulla Terra, passando per gli astri del firmamento.

Dovremmo recuperare il senso del Natale. Imparare a viverlo come il suo nome stesso dice: come nascita. Come vita. Smettere di pensare al non mettere a tavola carne e pesce come a una privazione, allargando la prospettiva e il cuore: bisogna pensare che si è fatto un gesto d'amore, verso gli animali certamente nell'immediato, ma anche verso tante persone per il futuro. Un futuro di più equa distribuzione delle risorse alimentari, che può essere prossimo o lontanissimo, secondo quanto noi ci impegniamo ad avvicinarlo o a rimandarlo. Ed è tutto lì, in fondo, il senso del Natale. Molto più che nelle statuine del presepe, nelle candeline e nelle luci. Abbiamo costruito un Natale di plastica; per quest'anno sarebbe bello abbandonarlo in favore di un Natale di carne. Non quella che molti serviranno a tavola, ma la carne viva, pulsante e vivificante di un cuore che batte in comunione con ogni creatura vivente del mondo.

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Alessia Roberta Scopece

Alessia Roberta Scopece

Artista, scrittrice di saggi e giornalista pubblicista, autrice radio-tv, nonché convinta vegana. Un po' Alex in Monsterland, un po' Lilac Aysel, nasce nel 1982 in un giorno di mezzo inverno. Attualmente vive su un asteroide, anche se ogni tanto si aggira sul pianeta Terra dove vivono famigliari e amici. Ha due lauree (per la terza ci stiamo lavorando), un diploma in fumetto, tanti anni di studio del pianoforte, un'associazione chiamata "LunaCometa" che si occupa della diffusione di stili di vita etici e sostenibili e di vegan lifestyle nonché del sostegno a persone disagiate. Ama gli arcobaleni, gli animali, i viaggi, le persone gentili, le stelle ed è cittadina onoraria di Vega, piccolo pianeta ubicato un po' più in là dell'Isola-che-non-c'è dove tutti sono cruelty-free. Dalla prospettiva delle immensità siderali si è resa conto che il pianeta Terra è il più bello che esista. Per questo motivo vi parlerà di Vega: per imparare che la Terra e quanto contiene meritano tanta cura, tanto rispetto e protezione e tanto amore.

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