IL MATTINO
Cultura
01.04.2026 - 11:05
il Teatro Stabile a Potenza
Premessa: una risposta che riguarda tutti. Una risposta data in consiglio comunale all’opposizione, certo. Ma quando si parla di cultura, nessuna risposta resta confinata tra i banchi di una maggioranza e quelli di una minoranza. Diventa automaticamente una dichiarazione di visione. E le visioni, per loro natura, non appartengono a chi le pronuncia: riguardano tutti, incidono sul presente e orientano il futuro. Per questo la replica dell’assessore alla cultura merita attenzione. Non per alimentare una polemica sterile, né per costruire un contraddittorio personale, ma per comprendere fino in fondo che idea di città, e di cultura, stiamo scegliendo, forse senza dirlo esplicitamente. Non è una questione di chi ha fatto la domanda. È una questione di cosa si è deciso di rispondere. Il punto vero: non è spazio sottratto, è vocazione ridimensionata. Dire che “non verrà sottratto neanche un centimetro agli spazi artistici” è una difesa costruita bene, lineare, rassicurante, difficilmente attaccabile sul piano formale. Ma è anche, se vogliamo, una mezza verità. Perché qui non si tratta di centimetri. Si tratta di identità, funzione, prospettiva. Un teatro non è un contenitore neutro, non è uno spazio che resta immutato indipendentemente da ciò che ospita. È un organismo vivo, che cambia significato in base alle scelte che lo attraversano. E allora il punto non è cosa viene tolto. Il punto è cosa si sceglie di non far nascere. Quegli spazi: da occasione culturale a scelta amministrativa. Gli spazi definiti “mai destinati alla produzione culturale” sono, in realtà, il centro esatto della questione. Perché se non lo erano, avrebbero potuto diventarlo. Ed è proprio qui che si misura la differenza tra gestione e visione. Quegli ambienti avrebbero potuto rappresentare il primo passo concreto verso una trasformazione ambiziosa del Teatro F. Stabile: da luogo di ospitalità a centro di produzione multidisciplinare. Non solo prosa, ma musica, danza, arti visive, contaminazioni, residenze artistiche, progettazione europea, sperimentazione continua. Quegli spazi potevano diventare uffici del teatro stesso, luoghi di lavoro per chi la cultura la produce, non per chi la protocolla. Il retrobottega della creazione, non la dependance della burocrazia. La scelta fatta è diversa, legittima, certo, ma non neutra, e soprattutto non inevitabile. Da centro di produzione a centro di protocollazione, con garbo. Inserire uffici amministrativi dentro un teatro non è solo una scelta logistica, è una dichiarazione implicita. Perché un conto è avere una macchina amministrativa al servizio della cultura, un altro è portare la cultura dentro una macchina amministrativa. Sono sfumature, ma sono quelle che cambiano la direzione di marcia. Senza drammi, senza toni apocalittici, ma con lucidità: il rischio non è immediato, non è clamoroso, non è nemmeno visibile nell’immediato. È lento, progressivo, è quello spostamento impercettibile che, nel tempo, trasforma un luogo senza che nessuno se ne accorga davvero. Il centro storico: tra aspettative e realtà. Il secondo pilastro della difesa è il rilancio del centro storico, tema serio, centrale, condivisibile. Ma proprio per questo va trattato senza scorciatoie narrative. Quante persone saliranno ogni giorno in centro storico per recarsi negli uffici dell’assessorato? E soprattutto: che tipo di presenza sarà? Gli uffici amministrativi generano flussi funzionali, rapidi, spesso inevitabilmente brevi. Non costruiscono permanenza, non generano abitudine, non producono economia diffusa, non accendono luoghi. La cultura, invece, lo fa. La produzione culturale crea permanenza, relazione, ritorno, riempie spazi e tempi, tiene accese le luci anche quando non sarebbe necessario. E allora sì, concediamoci una parentesi ironica: a meno che non si immagini che ogni associazione, per richiedere un’autorizzazione, salga quotidianamente con tutti i propri iscritti, trasformando ogni pratica in un evento collettivo. In quel caso, certo, il centro storico vivrebbe una stagione straordinaria. Ma è una battuta. E le città non si rigenerano con le battute. Il precedente non è una strategia. Il fatto che il teatro ospiti già attività amministrative viene utilizzato come elemento a sostegno della scelta. Ma qui si apre un passaggio delicato: un precedente non è una strategia, è al massimo una condizione da cui partire, e a volte è qualcosa da correggere. Trasformare ciò che esiste in ciò che deve necessariamente esistere è il modo più rapido per smettere di immaginare alternative. È una forma di inerzia travestita da continuità. Fruizione quotidiana: attenzione alle parole. Si parla di maggiore attenzione alla gestione e alla fruizione quotidiana del teatro, ed è un obiettivo che chiunque abbia a cuore la cultura non può che condividere. Ma le parole contano. Perché un teatro vive quotidianamente quando ogni giorno accade qualcosa di culturale: prove, incontri, laboratori, residenze, spettacoli, non quando ogni giorno si protocolla qualcosa. La differenza non è semantica, è sostanziale. Una questione di visione, non di schieramento. Questa riflessione non nasce per sostenere una parte contro un’altra. Nasce per difendere un principio semplice: i luoghi della cultura devono essere pensati nella loro massima potenzialità. Ogni spazio disponibile dovrebbe essere una possibilità creativa, non una soluzione logistica. È una questione di visione e, se vogliamo dirla fino in fondo, anche di coraggio, perché immaginare è sempre più difficile che adattare. E allora il punto, senza giri di parole: non si tratta di uffici sì o uffici no, non si tratta di stanze più o stanze meno. Si tratta di decidere cosa deve diventare un teatro. Perché tra un luogo che produce cultura e un luogo che ospita funzioni c’è una differenza enorme. Non è tecnica, è culturale, è politica, è identitaria. E il paradosso è tutto qui: mentre si rivendica di non sottrarre spazio alla cultura, si rischia di sottrarle qualcosa di molto più grande, la possibilità di espandersi. Caro assessore, con rispetto ma senza ambiguità: il problema non è quello che avete tolto, è quello che non avete avuto il coraggio di scegliere di immaginare. Perché i teatri, quando funzionano davvero, non si limitano a ospitare la cultura. La producono, la moltiplicano, la rendono necessaria. E quando smettono di farlo non crollano, non fanno rumore, si spengono lentamente. E la cosa più pericolosa è che all’inizio sembra perfettamente normale.
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