IL MATTINO
Premio Rua Viva: il peso del contatto
01.04.2026 - 10:49
Napoli non è una città di superfici, ma di stratificazioni che si urtano. Esiste un momento preciso in cui il metallo della Rua Catalana smette di essere solo bottega artigiana, residuo di una memoria aragonese che resiste al tempo, e diventa un urlo di partecipazione. È in questo scarto, tra il rumore dei martelli che battono la latta e il silenzio pensoso dell'arte, che Federico Borreca ha deciso di piantare un seme che oggi, alla sua seconda prova, appare già come un’architettura sociale solida, necessaria. Il Premio RuaViva non è un concorso, o almeno non lo è nel senso burocratico e asettico che il termine ha assunto negli ultimi decenni, dove il talento viene pesato come merce da scaffale. È, piuttosto, un’azione di disturbo armonico ideata e diretta da un uomo che opera come un agitatore di coscienze estetiche. Borreca non si limita alla curatela; possiede il talento quasi maieutico di estrarre l'arte dai contesti rassicuranti per restituirla alla vita di strada, orchestrando il dialogo tra il rigore dei maestri e l'urgenza delle nuove generazioni con la sensibilità di chi sa che un evento, per essere cultura, deve farsi rito collettivo. Questa visione ha trasformato il vicolo in un ventre pulsante, mettendo a sistema Sala Sole e Taverna Est. Ma la vera notizia non è che il premio torni; la notizia è che il progetto sia sopravvissuto alla sua stessa ambizione, trasformandosi in un’associazione, VIVA ETS, che ora cuce insieme lembi di terra apparentemente distanti sotto la guida di chi crede che la bellezza sia un diritto di prossimità. C’è un’ostinazione preziosa nel modo in cui questo percorso ha deciso di non farsi bastare le mura del centro storico napoletano. Lo scorso anno, la carovana si è spinta fino a Pannarano, nel beneventano. Un gesto che sa di etica territoriale: portare l’arte dove spesso arriva solo l’eco distorta della città, creare una residenza che non sia una vacanza creativa, ma un corpo a corpo con il paesaggio. In quel borgo, i finalisti hanno dovuto fare i conti con un silenzio diverso da quello dei vicoli, dimostrando che il "margine" è solo una categoria mentale di chi non sa guardare oltre il proprio ufficio.Quest’anno il tema scelto, "Zone di Contatto", appare come una dichiarazione di intenti quasi feroce. Il punto di partenza è un’opera che chiunque sia passato per Vico Freddo ha imparato a riconoscere: DUEL di Felix Policastro. Due pareti che si fronteggiano, un varco che è insieme soglia e cornice. Lì, dove l’ombra si scontra con la luce radente del pomeriggio, si consuma il paradosso di Napoli: il conflitto che genera bellezza. Insieme ai segni lasciati da Riccardo Dalisi, quelle installazioni hanno trasformato il borgo in una galleria a cielo aperto dove l’arte non chiede il permesso di esistere, semplicemente accade sotto gli occhi di chi passa con la spesa o di chi cerca un’officina. Ma cosa significa, oggi, cercare il contatto? Significa ristabilire una gerarchia del saper fare che non soffoca, ma libera. La presenza di Vittorio Avella e del Laboratorio Avella–Sgambati nel percorso del premio non è un dettaglio tecnico. È la garanzia che il vincitore non riceverà solo una targa o un contributo economico, ma l’accesso a un sapere antico, una settimana di immersione nell’acido e nel metallo, dove l’errore è parte del processo e la mano deve obbedire alla visione. La giuria stessa riflette questa densità. Nomi come Christian Leperino, Mara Biancamano o Maria Giovanna Capone rappresentano diverse angolazioni di uno sguardo che sa distinguere il progetto dall'artificio. È una compagine che mastica il contemporaneo con la consapevolezza di chi sa che l’arte, se non attiva una comunità, rischia di ridursi a un lussuoso esercizio di solipsismo. Il successo della prima edizione, con quella folla che ha invaso il borgo angioino trasformando una premiazione in una festa di popolo, racconta un bisogno inevaso. «È stata una festa condivisa», ricorda Borreca, sottolineando come l’arte possa farsi esperienza aggregante. La "Rua" è diventata una metafora: la strada che si fa casa, la bottega che si fa museo, il territorio che si fa rete. Il bando ora è aperto, e la chiamata non è rivolta solo a chi sa tenere in mano un pennello, ma a chi ha il coraggio di abitare queste "zone di contatto". In palio non c’è solo la visibilità in spazi come la Piccola Galleria Resistente, ma l’appartenenza a un movimento che sta provando a ridisegnare la geografia culturale della regione. Da Napoli a Pannarano, dalle lastre di zinco alle visioni urbane, il Premio RuaViva ci ricorda che la cultura è un organismo vivente: se non cresce, se non sporca le mani, se non esce dai propri confini, semplicemente smette di essere. E in un’epoca di sterili isolamenti, questa ostinata ricerca di prossimità è l’unica vera rivoluzione possibile.
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