IL MATTINO
L'Eterno Ritorno del Sospetto
31.03.2026 - 10:59
La Giustizia in Italia somiglia pericolosamente a certe facciate di palazzi storici nei centri dei nostri capoluoghi: fuori, stucchi barocchi e promesse di solidità; dentro, solai che scricchiolano e una ragnatela di uffici dove il faldone è, alternativamente, feticcio o patata bollente. Mentre il dibattito pubblico si è trascinato stancamente lungo i bordi dell’ultimo referendum — quella consultazione trasformatasi in una vittoria di Pirro che ha lasciato sul campo più macerie che riforme, e un’Associazione Nazionale Magistrati impegnata in un’autopsia identitaria che sembra non finire mai — il Paese reale si è trovato a cercare altrove il senso delle istituzioni. Non tra i commi di una legge delega, ma paradossalmente nello specchio catodico, là dove il racconto si fa carne e, talvolta, persino etica. C’è un’ironia sottile, quasi feroce, nel constatare che mentre la politica si incarta in tecnicismi che sanno di spostamenti d’aria — le famose correnti, appunto, che hanno il difetto di rinfrescare solo chi sta già nella stanza dei bottoni — la televisione di Stato decida di rimettere la palla al centro. Non lo fa con i talk show urlati, dove il qualunquismo populista viene servito a colazione come un cornetto surgelato, ma attraverso la narrazione. Il passaggio di testimone tra l’irruenza arcaica di Imma Tataranni e l’eleganza dolente dei Guerrieri di Gianrico Carofiglio, mediati dalla misura interpretativa di Alessandro Gassmann, segna un punto di rottura. O forse, un punto di ritorno.
La Fisica delle Correnti e la Chimica del Cuore
Il problema della Giustizia, e per estensione dello Stato, non è mai stato solo una questione di codici. È una questione di postura. La sociologia del potere in Italia si è troppo spesso nutrita di una burocrazia della distanza, dove il funzionario — sia esso magistrato, poliziotto o amministratore — deve apparire come un’entità disincarnata per essere credibile. Il risultato? Un distacco siderale tra chi emette la sentenza e chi la subisce, tra chi gestisce la res publica e chi la finanzia con le tasse e la speranza. Le ultime puntate di Guerrieri hanno scoperchiato un segreto di Pulcinella che la politica sembra aver dimenticato: per far funzionare lo Stato servono testa e cuore. Non come ingredienti di un melò sentimentale, ma come strumenti di precisione. La testa serve a navigare la complessità, a capire che la legge è un binario, non un muro. Il cuore, invece, è quello che permette di creare relazioni sane. Ed è qui che casca l'asino delle correnti. Cosa sono, se non l'esaltazione della relazione tossica? Un patto di mutua assistenza tra simili che prescinde dal merito e, soprattutto, dal servizio al cittadino. Semplici spostamenti d'aria, appunto, che non spostano di un millimetro la qualità della vita civile. Il racconto televisivo, quando smette di essere pura evasione e si fa analisi sociale, ci restituisce un’idea di realtà che la cronaca giudiziaria ha smarrito. Ci dice che lo Stato non è un mostro freddo, ma un organismo vivente fatto di uomini e donne che scelgono, ogni mattina, se essere ingranaggi o lievito.
Tra lo Schermo e la Piazza
In questo delirio di qualunquismo che permea i social e infetta le aule parlamentari, l’operazione di "pulizia" simbolica operata dalla fiction di qualità è l’unica vera buona notizia dell’ultima stagione. È una risposta secca a chi vorrebbe lo Stato ridotto a un nemico da abbattere o a un bancomat da svuotare. Tataranni e i Guerrieri di Carofiglio sono figure antitetiche per geografia e stile, ma identiche nella missione: dimostrare che la legalità non è un concetto astratto da celebrare nelle ricorrenze, ma una pratica quotidiana che richiede coraggio, umiltà e, sopra ogni cosa, una profonda capacità di ascolto. Mentre il governo arranca dietro riforme che sembrano scritte col correttore automatico di un ufficio legale — funzionali a non scontentare nessuno e quindi inutili per tutti — la narrazione ci ricorda che la semplificazione del percorso non passa per la cancellazione delle tutele, ma per la bonifica delle intenzioni. La TV di Stato, in questo caso, non sta facendo propaganda; sta facendo manutenzione dell’immaginario. Sta dicendo ai telespettatori che esiste una possibilità di bellezza dentro il rigore, che si può essere servitori dello Stato senza diventarne schiavi o padroni.
La Ricostruzione del Senso
Non ci si illuda, però. Una serie televisiva, per quanto acuta e arguta, non riscrive il Codice di Procedura Penale. Ma ha il merito immenso di ridefinire l’orizzonte delle aspettative. Se il cittadino smette di vedere nel magistrato un burocrate arroccato nelle correnti e inizia a pretendere un uomo o una donna capaci di "testa e cuore", allora il cambiamento è già iniziato. La crisi dell’ANM e il fallimento del referendum sulla giustizia sono i sintomi di una malattia vecchia: l’incapacità di vedere l’altro dietro il caso giudiziario. Il "metodo Carofiglio-Gassmann" ci insegna che la vera forza dello Stato risiede nella sua umanità consapevole. La giustizia non è un atto di forza, ma un atto di equilibrio. Ed è un equilibrio che si regge su relazioni sane, quelle che non hanno bisogno di tessere di corrente per essere legittimate, ma solo della propria integrità. In questo scenario, dove i cadaveri metaforici — e talvolta politici — abbondano lungo le strade delle riforme mancate, la riscoperta di un’idea sana della realtà è un atto rivoluzionario. Lo Stato non ha bisogno di eroi solitari, ma di professionisti appassionati. Persone che sappiano che ogni firma su un atto è un peso che grava sulla vita di qualcuno, e che quel peso va portato con la schiena dritta e gli occhi aperti. Forse è questa la lezione che dovremmo portarci a casa, spegnendo la TV e guardando fuori dalla finestra. Che la giustizia non si riforma con un sì o con un no in una domenica di sole, ma con la pretesa che chi ci rappresenta, a ogni livello, smetta di muovere aria e ricominci a muovere coscienze. Se la narrazione è riuscita a rimettere la palla al centro, ora tocca ai giocatori sul campo smetterla di simulare falli e iniziare, finalmente, a giocare per la squadra. Perché lo Stato siamo noi, anche quando ce ne dimentichiamo per un eccesso di stanchezza o per un difetto di speranza. E la speranza, come la buona scrittura, non deve mai fermarsi alla superficie dei fatti. Deve scavare, scuotere, e infine, illuminare.
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