IL MATTINO
L' Ultimo dei Viceré
21.03.2026 - 22:11
Si è spento a Napoli Paolo Cirino Pomicino, l’uomo che per un ventennio abbondante ha incarnato non solo il potere della Democrazia Cristiana all'ombra del Vesuvio, ma l'architettura stessa della Prima Repubblica. Chirurgo prestato alla politica, o forse, come dicevano i maligni, politico che operava a cuore aperto sul bilancio dello Stato, Pomicino è stato l'ultimo grande interprete di una stagione in cui il potere non aveva bisogno di urla, ma di sussurri nei corridoi, di emendamenti notturni e di una fittissima rete di relazioni che univa la Curia ai palazzi romani.
La grammatica del potere doroteo
Nato nel 1939, Pomicino non è stato un semplice parlamentare, ma il perno di quella "corrente andreottiana" che a Napoli si faceva Stato. Il suo stile era un amalgama unico: la severità dell'analisi economica (fu un temuto Presidente della Commissione Bilancio e poi Ministro del Bilancio) unita a una napoletanità colta, barocca, capace di disarmare l'avversario con una battuta fulminante o un silenzio eloquente. Insieme a Antonio Gava e Francesco De Lorenzo, formò il cosiddetto "triunvirato" , la così detta " Scuola Napoletana", che gestì la ricostruzione post-terremoto e la trasformazione della città negli anni '80. Tuttavia, il ritratto di "O’ Ministro" non può prescindere dal chiaroscuro più fìtto. Dietro la colta ironia e la padronanza dei meccanismi parlamentari, si celava il volto di una politica che ha ipotecato il futuro delle generazioni successive. Pomicino è stato l’architetto di una spesa pubblica allegra, utilizzata come collante sociale e strumento di consenso. Sotto la sua egida, il debito pubblico ha subito impennate che ancora oggi condizionano l’economia nazionale; per molti, la sua "economia del consenso" non era altro che un cinico scambio tra voti e risorse dello Stato. La sua parabola è stata segnata inesorabilmente dalle tempeste giudiziarie di Mani Pulite. Sebbene abbia affrontato i processi con una resilienza quasi filosofica, rivendicando la "dignità della politica" contro quella che definiva la deriva giustizialista, le condanne definitive per finanziamento illecito ai partiti (nel caso Enimont) e per corruzione rimangono macchie indelebili. Erano la prova tangibile di un sistema di tangenti sistemico che drenava risorse pubbliche per alimentare la macchina del potere. Eppure, anche davanti ai giudici, Pomicino non perse mai quell’aria da saggio cinico, convinto che la morale individuale fosse cosa ben diversa dalla necessità politica.
L'estetica di un'Epoca
Vederlo camminare per le strade di Napoli o nei dintorni di Montecitorio significava osservare un pezzo di storia vivente. Elegante in modo discreto, mai urlato, Pomicino portava con sé l'aura di un tempo in cui la politica era una professione intellettuale prima che una performance mediatica. Non è stato solo un uomo di numeri; è stato un profondo conoscitore delle radici storiche e sociali del Mezzogiorno. I suoi interventi, anche negli ultimi anni, non erano mai semplici riassunti della cronaca, ma analisi venate di una sottile ironia e di una severa analisi etica sulla decadenza della classe dirigente contemporanea che lui guardava con il distacco di chi ha visto nascere e morire imperi.
Il lascito: tra luci e ombre profonde
Con la sua scomparsa, cala definitivamente il sipario su una stagione politica che ha costruito l'Italia moderna tra intuizioni geniali e sprechi colossali. Pomicino resta un enigma irrisolto: per alcuni il simbolo di una gestione clientelare e spregiudicata, per altri l’ultimo statista capace di leggere le pieghe del Mezzogiorno con una profondità oggi introvabile. Rimane il ricordo di un uomo che ha preferito la complessità del ragionamento alla semplificazione del tweet, convinto che la politica, proprio come la chirurgia, richiedesse mani ferme e una conoscenza perfetta dell'anatomia del corpo sociale, anche quando le mani ferme del chirurgo finivano per sporcarsi irrimediabilmente nel sangue e nel fango della cronaca.
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