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Referendum, Pepe rinfresca la memoria al fronte del No: «Sulla giustizia troppe bugie, anche a sinistra volevano il Sì»

Non una battaglia contro i magistrati, ma un atto di civiltà per difendere i più deboli. Pasquale Pepe chiude l'incontro di Genzano di Lucania rilanciando la necessità della separazione delle carriere: «Basta processi ad orologeria e spettacolarizzazioni mediatiche». Per il vicepresidente lucano il Sì è l'unica via per una giustizia equa, come sostenuto in passato anche dai big del PD

Referendum, Pepe rinfresca la memoria al fronte del No: «Sulla giustizia troppe bugie, anche a sinistra volevano il Sì»

Il dibattito sulla Riforma della giustizia entra nel vivo. Nel pomeriggio di ieri Genzano di Lucania ha ospitato un incontro informativo di alto profilo per approfondire le ragioni del "Sì" al prossimo quesito referendario. Un confronto che ha visto protagonisti legali ed esponenti politici, trasformandosi in un momento di analisi intellettuale su uno dei temi più complessi e dibattuti dell'agenda pubblica nazionale.

Ad aprire i lavori è stato l’avvocato Sergio Lapenna, Presidente del comitato per il "Sì", che ha centrato il suo intervento sul pilastro della separazione delle carriere. Secondo Lapenna, non si tratta di una battaglia contro la magistratura, ma di un atto di civiltà giuridica: «La distinzione netta tra chi accusa (PM) e chi giudica è un passo non più rinviabile. Solo percorsi distinti possono garantire che il giudice sia davvero un terzo imparziale, un arbitro equidistante dalle parti in causa.» Lapenna ha poi toccato il tema del CSM, sottolineando come l’introduzione del sorteggio rappresenti l’unico grimaldello capace di scardinare il "sistema delle correnti", restituendo merito e indipendenza alle nomine dei magistrati.

Sulla stessa lunghezza d'onda l’avvocato Daniele Stolfi, intervenuto per "Le Ragioni del Sì". Stolfi ha declinato la riforma in termini di trasparenza ed efficienza del sistema. Secondo il legale, un’architettura giudiziaria moderna deve parlare il linguaggio della chiarezza: la riforma garantirebbe una maggiore parità tra accusa e difesa perchè un sistema nel quale i ruoli sono definiti e non interscambiabili aiuta a ricostruire il legame di fiducia e a mitigare la burocrazia interna con procedure più lineari per una giustizia che non sia solo "giusta", ma anche tempestiva.

L'intervento di chiusura è stato affidato a Pasquale Pepe, che ha parlato nella sua triplice veste di avvocato, vicepresidente della Giunta regionale della Basilicata ed esponente di spicco della Lega. Pepe ha portato la discussione sul piano della responsabilità politica e civile con un discorso equilibrato ma senza sconti. Ha esordito con un doveroso tributo alla magistratura italiana: «Dobbiamo elogiare e ringraziare il lavoro della stragrande maggioranza dei magistrati, che rappresentano un avamposto insostituibile di legalità, sicurezza e competenza». Tuttavia, secondo l'esponente della Lega, proprio per tutelare questo patrimonio di professionalità non si può più tacere su una minoranza politicizzata che ha inquinato il sistema. Pepe ha denunciato con forza l'uso della giustizia "ad orologeria", con inchieste che sembrano seguire l'agenda politica di alcuni partiti o l'andamento dei sondaggi, criticando aspramente la spettacolarizzazione di alcuni processi, richiamando anche dal punto di vista comunicativo ad un senso di responsabilità etica e ad un confine netto tra processo mediatico in Tv o sui giornali e processo reale nelle aule del tribunale. Infine un passaggio durissimo è stato riservato agli oppositori della riforma. Per Pepe il Fronte del No porta avanti una "cattiva propaganda", utilizzando un linguaggio che rasenta talvolta l'eversione: «La Costituzione non si applica a giorni alterni. L’articolo 27 parla chiaro: l’imputato non è colpevole fino a condanna definitiva. In tribunale si entra da innocenti ed è l’accusa che deve dimostrare la colpevolezza, non il contrario». Altre volte l'arroganza e che rifiuta puntualmente il confronto costruttivo sui contenuti - lanciando una provocazione politica - citando un nome autorevole della sinistra: «Giuliano Pisapia già sindaco di Milano e ottimo avvocato, ha deciso di votare SÌ. Eppure - ironizza Pepe - davanti a questa scelta, i sostenitori del No sono andati in tilt». Pepe ha quindi rinfrescato la memoria agli avversari con alcune dichiarazioni del passato: Massimo D’Alema, Luciano Violante e Debora Serracchiani, per esempio, si sono espressi in diversi contesti a favore della separazione delle carriere. L'interrogativo, dunque, è servito: «Perché fino a ieri questa riforma era utile, se non necessaria, mentre oggi diventa improvvisamente pericolosa e dannosa?». Secondo il vicepresidente lucano, la risposta è puramente ideologica: «Gli italiani meritano serietà. Si metta da parte l'avversione verso questo Governo nazionale e si guardi solo all'interesse del Paese e dei cittadini. Se si vuole una giustizia davvero giusta, la scelta è una sola: votare Sì. Votare Sì significa pensare ad Enzo Tortora. Il suo caso non fu solo un errore giudiziario, ma la manifestazione plastica di una cultura del potere che, quando perde il senso del limite, travolge l’individuo», ha concluso.

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