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L' Eclissi del Terzo Potere

Il Csm tra Tecnocrazia e il Miraggio del Sorteggio

Il Csm tra Tecnocrazia e il Miraggio del Sorteggio

In questo scorcio di marzo 2026, l’Italia si ritrova dinanzi a un appuntamento che, con un’iperbole non priva di fondamento, potremmo definire un rito di passaggio per la sua architettura democratica. Il 22 e il 23 marzo, il corpo elettorale è chiamato alle urne per un referendum costituzionale che non tocca solo la "geometria" degli uffici giudiziari, ma incide sulla carne viva del rapporto tra cittadino, legge e potere. La trasformazione del Consiglio Superiore della Magistratura, da organo di autogoverno unitario a una struttura bifronte, con la separazione delle carriere e l’introduzione del sorteggio per i suoi membri, non è una semplice manutenzione tecnica. È il sintomo di una mutazione filosofica profonda: il passaggio dalla democrazia dei pesi e contrappesi alla democrazia dell’appeasement e della conformità. Per comprendere perché siamo arrivati a questo bivio, è necessario sollevare lo sguardo dalla contingenza delle correnti e degli scandali che hanno funestato Palazzo dei Marescialli negli ultimi anni. Dobbiamo tornare alla radice del perché le democrazie contemporanee abbiano, sin dal XVIII secolo, abbracciato la ripartizione dei poteri.

L’illusione della separazione e la realtà della lottizzazione

La tripartizione montesquieuiana non nasceva come un dogma burocratico, ma come una risposta antropologica al pessimismo sulla natura umana: «Perché non si possa abusare del potere, bisogna che, per la disposizione delle cose, il potere arresti il potere». In questa visione, la magistratura non era un "potere" in senso politico, ma la "bocca della legge", un’entità che doveva essere resa autonoma non per privilegio di casta, ma per garantire che l'esecuzione del diritto fosse impermeabile ai desiderata del sovrano (o della maggioranza contingente). Tuttavia, nel corso del Novecento e ancor più in questo primo scorcio di millennio, abbiamo assistito a uno slittamento semantico. La separazione si è trasformata in spartizione. Se la politica ha colonizzato il giudiziario attraverso il sistema delle correnti (l’emanazione di quel "correntismo" che è la patologia del pluralismo), la risposta odierna sembra essere quella di una "neutralizzazione" tramite il caso: il sorteggio. Sociologicamente, l'introduzione del sorteggio per i membri del CSM rappresenta la dichiarazione di fallimento della rappresentanza professionale. È l'ammissione che l'uomo, investito di una funzione, non è più in grado di trascendere la propria appartenenza. Si preferisce dunque il "grado zero" della politica, l'estrazione a sorte, sperando che la casualità statistica produca quell'imparzialità che l'etica individuale non sembra più garantire. È un passaggio filosofico radicale: dalla fiducia nella phronesis (la saggezza pratica di chi è scelto per merito e rappresentanza) alla fiducia nell'algoritmo del destino.

La dittatura dell’appeasement e il conformismo del reale

Ma c'è un elemento più sottile e pervasivo che attraversa questa riforma: il concetto di appeasement. Nelle democrazie polarizzate, il potere non cerca più lo scontro frontale, che è costoso e rischioso, ma la conformazione della realtà. La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, pur mossa da istanze garantiste condivisibili (la terzietà del giudice), rischia di diventare uno strumento di "normalizzazione". Il problema non è solo tecnico, è sociologico. Un pubblico ministero radicalmente separato dalla cultura della giurisdizione e più vicino, inevitabilmente, alle dinamiche dell'esecutivo o a una logica puramente investigativa, smette di essere un organo di giustizia per diventare un agente del controllo sociale. Qui l'appeasement si manifesta come pacificazione forzata: eliminare la dialettica interna alla magistratura per rendere il sistema più "efficiente", più prevedibile, in definitiva più conforme alle esigenze di una politica che mal sopporta le asperità di un contropotere critico. Le istituzioni oggi non mediano tra conflitti; esse tendono a sussumere il conflitto dentro procedure tecniche. La ripartizione dei poteri non è più intesa come una tensione dinamica tra organi che si controllano a vicenda, ma come una compartimentazione stagna che impedisce ogni interferenza scomoda. È la "teoria dei silos": ogni potere nel suo recinto, purché non disturbi la direzione di marcia del sistema complessivo.

Il cittadino tra chiasso e impotenza

In tutto questo, il cittadino fa "chiasso". La polarizzazione digitale ha trasformato il dibattito sulla giustizia in una tifoseria da stadio: manettari contro garantisti, toghe rosse contro persecutori politici. Questo rumore di fondo è funzionale al potere. Mentre il dibattito pubblico si arena su slogan semplificati, la struttura profonda dello Stato viene riscritta. Il cittadino percepisce la giustizia come un'ingiustizia intrinseca non perché manchino le leggi, ma perché avverte che gli "uomini delle istituzioni" sono diventati semplici funzionari di un apparato che non risponde più al principio di responsabilità individuale, ma a quello di appartenenza o, peggio, di casualità procedurale. La trasformazione del CSM in un organo "tecnicizzato" e "sorteggiato" allontana ulteriormente l'amministrazione della giustizia dal quotidiano, rendendola un algido meccanismo burocratico.

Un salto nel buio

Non ne usciremo vivi, forse, nel senso che questa tornata elettorale segnerà la fine della magistratura come l'abbiamo conosciuta nel patto costituzionale del 1948. Se la riforma dovesse passare, entreremo nell'era della "giustizia post-politica", dove l'indipendenza non è più un valore coltivato attraverso la cultura e l'etica professionale, ma un risultato meccanico di un'estrazione nell'urna. Passare dalla "scelta" al "caso" è l'ultima frontiera dell'abdicazione democratica. È il riconoscimento che non siamo più in grado di governare la complessità attraverso gli uomini, e allora ci affidiamo alla sorte, sperando che il dado, cadendo, non schiacci quel che resta dello Stato di diritto. La ripartizione dei poteri, nata per liberare l'uomo, rischia di diventare il recinto che lo conforma a una realtà dove la verità giudiziaria è solo l'ultimo atto di una burocrazia perfetta e, proprio per questo, inumana.

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