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Ryuichi Sakamoto, ascoltare il mondo fino all’ultimo suono

Ryuichi Sakamoto, ascoltare il mondo fino all’ultimo suono

Ryuichi Sakamoto nasce a Tokyo nel 1952, ma sarebbe più giusto dire che nasce dentro un ascolto.
Prima ancora di imparare a parlare, il suono è già una lingua.
In casa ci sono libri, parole, traduzioni, pensiero critico.
La musica non è intrattenimento, è una forma di conoscenza.
Il pianoforte arriva presto, non come imposizione ma come presenza inevitabile, un oggetto che sembra chiedere attenzione più che abilità.
Studia composizione, studia etnomusicologia, studia il Novecento europeo con la stessa concentrazione con cui osserva la tradizione giapponese.
Bach gli insegna l’architettura, Debussy la sospensione, Cage la possibilità che tutto sia musica.
Ma Sakamoto non diventa mai un allievo devoto: prende, filtra, traduce.
Il suo talento non è l’imitazione, è la sintesi inquieta.
Negli anni Settanta Tokyo è una città che accelera, una metropoli in cui la tecnologia non è promessa ma realtà quotidiana.
I sintetizzatori non sono strumenti esotici, sono il linguaggio naturale di una generazione.
Con Haruomi Hosono e Yukihiro Takahashi fonda la Yellow Magic Orchestra.
All’inizio sembra un gioco colto, una parodia futuristica del pop occidentale.
In realtà è una frattura storica.
La YMO anticipa l’elettronica globale, il techno, il synth-pop, la musica dei videogiochi.
Il mondo balla su quelle tracce senza sapere che sta ascoltando il futuro.
Eppure, anche nel pieno del successo, Sakamoto sente che qualcosa non basta.
Il pop, per quanto sofisticato, è una stanza con le pareti troppo vicine.
Lui ha bisogno di aria.
Inizia a guardare altrove, verso il cinema, verso forme narrative più ampie.
Quando arriva "Merry Christmas Mr. Lawrence", non è solo una colonna sonora, è una dichiarazione poetica.
Quel tema principale è fragile, ostinato, attraversato da una malinconia che non cerca redenzione.
Sullo schermo c’è David Bowie, ma sotto ogni scena c’è Sakamoto che racconta ciò che non può essere detto.
Con "The Last Emperor" la sua musica entra nella Storia con la S maiuscola.
L’impero che crolla, il potere che diventa eco, la solitudine che accompagna ogni forma di autorità.
Vince l’Oscar, ma il riconoscimento non lo trasforma in un compositore hollywoodiano.
Al contrario, sembra spingerlo ancora di più verso l’essenzialità.
Sakamoto non accumula, sottrae.
Negli anni Novanta torna spesso al pianoforte, ma non come gesto nostalgico.
"Energy Flow" diventa un successo inatteso proprio perché non chiede attenzione, la accompagna.
È musica che non impone un’emozione, la lascia emergere.
Parallelamente, Sakamoto collabora in modo vorace e curioso.
Con David Sylvian costruisce paesaggi interiori di una delicatezza quasi dolorosa.
Con Iggy Pop esplora l’istinto, il contrasto tra controllo e carne.
Con Bernardo Bertolucci continua un dialogo tra musica e immagine che è anche un dialogo tra culture.
L’elettronica, intanto, cambia volto.
Non è più futurismo brillante, ma materia fragile.
Con Alva Noto e Fennesz Sakamoto entra nel territorio del glitch, dell’errore come linguaggio.
I suoni vengono spezzati, ricomposti, lasciati respirare.
Non c’è virtuosismo, c’è ascolto radicale.
Ogni click, ogni fruscio, ogni disturbo ha una dignità emotiva.
Poi arriva Fukushima.
E qualcosa si spezza definitivamente.
La musica non può più essere neutra.
Sakamoto diventa una voce pubblica contro il nucleare, contro l’oblio, contro l’idea che il progresso non abbia conseguenze.
La sua arte non cambia tono, cambia responsabilità.
Registrare la pioggia, il vento, il ghiaccio che si frantuma non è più solo estetica, è testimonianza.
Quando il corpo si ammala, il tempo si contrae. In "Async" il suono è attraversato dalla consapevolezza della fine.
Campane lontane, pianoforti scordati, frammenti di registrazioni ambientali.
La musica non consola, non promette salvezza.
Sta.
Esiste.
Dice la verità del momento.
Opus arriva come un ultimo gesto di chiarezza. Solo piano, solo spazio, solo presenza.
Non è un addio teatrale, è un atto di ascolto condiviso.
Ogni nota sembra chiedere: sei ancora qui?
Ryuichi Sakamoto muore nel 2023, ma la sua musica continua a insegnare qualcosa che va oltre il suono.
Ascoltare non è passivo.
Ascoltare è un atto morale.
È scegliere di essere presenti, di non coprire il mondo con il proprio rumore.
E forse è questo il suo vero lascito: non uno stile da imitare, ma un modo di stare nel tempo. Con attenzione.
Con fragilità.
Con rispetto.
Ascoltare il mondo fino all’ultimo suono.
E poi, finalmente, lasciare spazio al silenzio.

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