IL MATTINO
Forever
01.03.2026 - 09:06
Oggi i consumatori si trovano spesso davanti a prodotti “furbi”: tecnicamente riformulati per sembrare migliori, ma sostanzialmente lontani da un’idea di alimentazione sana. Una definizione universale e statica del cibo non-ultra-processato ridurrebbe questa ambiguità. Non servirebbe interpretare liste di ingredienti sempre più complesse: basterebbe riconoscere.
Nel dibattito globale su nutrizione e salute pubblica, gli alimenti ultra-processati (UPF) sono ormai sotto i riflettori. Numerosi studi li associano a obesità, diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari e a un aumento della mortalità complessiva. Eppure, mentre scienza e politiche sanitarie cercano di rincorrere gli ultraprocessati con definizioni sempre più sofisticate, una proposta recente invita a cambiare completamente prospettiva.
L’idea, pubblicata su Nature Medicine, è tanto semplice quanto dirompente: invece di continuare a definire cosa sia un alimento ultra-processato, proviamo a stabilire in modo chiaro, stabile e universale che cos'è il cibo vero.
Perché etichettare l’ultra-processato non funziona più
Chi lavora nell’ambito della legislazione alimentare conosce bene il problema. Quando una normativa cambia nel tempo, l’industria impara rapidamente ad adattarsi: non migliorando davvero il profilo nutrizionale dei prodotti, ma riformulando ingredienti e processi per restare appena fuori dall’etichetta scomoda. È un continuo gioco del gatto col topo che confonde i consumatori, indebolisce le politiche pubbliche e non sposta il sistema verso cibi più sani.
La classificazione NOVA*, oggi la più usata per gli alimenti ultra-processati, resta uno strumento prezioso per la ricerca epidemiologica. Ma proprio perché evolve con le innovazioni industriali, risulta fragile come base normativa: il confine si muove, e con esso si moltiplicano le scappatoie.
Ribaltare la prospettiva: definire il cibo “non-ultra-processato”
Il cambio di paradigma proposto è netto: non una definizione “in negativo”, ma una definizione positiva. Disegnare un perimetro chiaro di ciò che può essere riconosciuto come cibo non-ultra-processato, e proteggerlo con politiche coerenti.
In questa visione, un alimento non-ultra-processato è un cibo che:
• nasce da ingredienti riconoscibili, non scomposti e ricombinati in laboratorio;
• subisce trasformazioni fisiche o tradizionali — come cottura, fermentazione, essiccazione, refrigerazione o congelamento — senza snaturare la matrice originale;
• non utilizza additivi “cosmetici” o ingegneristici pensati per alterare artificialmente sapore, consistenza o durata;
• non è progettato per essere iper-palatabile o per durare anni sugli scaffali grazie a interventi chimico-industriali.
Non è una nostalgia del passato, ma una definizione operativa del cibo “semplice”, leggibile e vicino alla sua origine.
Un incentivo di sistema, non un bollino da evitare
Questo approccio sposta radicalmente l’incentivo. La domanda non diventa più “come evito di essere classificato UPF?”, ma “come rientro nella categoria di alimento non-ultra-processato, riconosciuta e premiata dalle politiche pubbliche?”.
Le ricadute pratiche potrebbero essere concrete:
• criteri chiari per gli appalti pubblici di mense scolastiche, ospedali e strutture per anziani;
• agevolazioni fiscali per filiere corte e ingredienti non frazionati;
• etichettature positive, immediate, che aiutino a riconoscere il cibo vero;
• regole più stabili e meno aggirabili per l’industria.
Un vantaggio anche per chi compra
Oggi i consumatori si trovano spesso davanti a prodotti “furbi”: tecnicamente riformulati per sembrare migliori, ma sostanzialmente lontani da un’idea di alimentazione sana. Una definizione universale e statica del cibo non-ultra-processato ridurrebbe questa ambiguità. Non servirebbe interpretare liste di ingredienti sempre più complesse: basterebbe riconoscere.
La proposta pubblicata su Nature Medicine non è un tecnicismo per addetti ai lavori, ma un cambio di paradigma culturale. In sanità pubblica significa passare da politiche difensive a politiche propositive: non inseguire ciò che fa male, ma costruire le condizioni perché il cibo buono, semplice e nutrizionalmente sensato diventi la scelta più facile.
Forse è proprio qui la svolta: smettere di correre dietro agli ultra-processati e iniziare, finalmente, a dare una definizione chiara e condivisa di ciò che merita di essere chiamato cibo vero.
Note
* In poche parole, la classificazione NOVA è un sistema che suddivide gli alimenti in base al livello di trasformazione industriale che subiscono, piuttosto che al loro contenuto nutrizionale (grassi, zuccheri, ecc.).
Ideata dall'Università di San Paolo in Brasile, divide ciò che mangiamo in quattro gruppi principali:
I 4 Gruppi NOVA
1. Alimenti non trasformati o minimamente trasformati: Cibi allo stato naturale (frutta, verdura, carne, uova) o sottoposti a processi semplici come essiccazione, macinazione o pastorizzazione che non aggiungono nulla al cibo originale.
2. Ingredienti culinari lavorati: Sostanze ottenute direttamente dal Gruppo 1, usate per condire e cucinare (olio d'oliva, burro, zucchero, sale).
3. Alimenti trasformati: Prodotti relativamente semplici realizzati aggiungendo sale, zucchero o olio ai cibi del Gruppo 1 (pane artigianale, formaggi, conserve di verdure, pesce affumicato).
4. Alimenti ultra-processati (UPF): Sono formulazioni industriali che contengono tipicamente cinque o più ingredienti. Includono sostanze non usate in cucina (idrogenati, amidi modificati) e additivi per imitare qualità organolettiche (coloranti, esaltatori di sapidità).
Perché è importante?
La classificazione NOVA è diventata lo standard per studiare il legame tra dieta e salute. Gli alimenti ultra-processati (merendine, bibite gassate, piatti pronti surgelati, snack confezionati) sono spesso progettati per essere iper-appetibili e pronti al consumo, ma il loro consumo eccessivo è correlato a un aumento di obesità e malattie croniche.
Il trucco per riconoscerli: Se la lista degli ingredienti sulla confezione sembra un esperimento di chimica o contiene elementi che non vorresti mai nella tua dispensa di casa, quasi certamente è un alimento ultra-processato.
Bibliografia
Moran, Alyssa J., Neha Khandpur, and Christina A. Roberto. "Identifying ultra-processed foods for policy." Nature Medicine (2026): 1-4.
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