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Il Grande Vuoto di Scena

Napoli e la rapina come performance dell'assurdo

Napoli e la Rapina come Performance dell'Assurdo

Il buio nel caveau non era oscurità, era una quinta di teatro pronta a sollevarsi. Quando il primo uomo col passamontagna ha varcato la soglia, non ha portato con sé l’odore del piombo o la ferocia del predatore, ma il passo felpato di chi sa di essere entrato in un set già allestito. Fuori, la città pulsava nel solito caos magnetico; dentro, il tempo si era fermato in una bolla di cortesia criminale, un paradosso di buone maniere che trasforma il reato in una recita a soggetto. Non è stata una rapina, è stata un’installazione artistica involontaria. Le ore di sequestro, la fuga attraverso le viscere di tufo, lo svuotamento chirurgico delle cassette di sicurezza: tutto si è svolto con una fluidità tale da indurre negli ostaggi non il terrore, ma una sorta di straniamento ipnotico. "Sono stati gentili", hanno sussurrato i testimoni ai taccuini dei cronisti, con gli occhi ancora lucidi di quella sindrome di Stoccolma metropolitana che scambia l’assenza di schiaffi per un atto di cavalleria. Qui risiede il primo, inquietante sintomo della nostra epoca: la sostituzione della percezione con la suggestione. Viviamo in una perenne produzione Netflix a cielo aperto, dove la realtà deve farsi "genere" per essere decodificata. Se non c’è sangue, se il tono è pacato, se il rapinatore ti offre un bicchiere d’acqua mentre ti svuota l’esistenza, il crimine sfuma in un’epica minore, quasi accettabile. Abbiamo proiettato sulla cronaca i filtri della fiction, finendo per giudicare un assalto armato non per la sua gravità etica, ma per la sua qualità estetica.

La Morale del "Senza Rumore"

Il successo di questa narrazione collettiva poggia su un equivoco sociologico profondo: l’idea che la violenza sia solo l'urto fisico, il trauma visibile, il livido sulla pelle. Abbiamo dimenticato che la violenza più estrema è quella che sottrae il futuro, che viola l'intimità del risparmio, che tiene in scacco la libertà di un individuo per ore, indipendentemente dal tono di voce usato. L’elogio dell’"educazione" del bandito è il segnale di un collasso dei riferimenti morali. Se il male indossa il guanto di velluto, smettiamo di chiamarlo male e iniziamo a chiamarlo "impresa". In questa Napoli sotterranea e barocca, il confine tra il giusto e l'ingiusto si è perso nei cunicoli del sistema fognario, là dove i predatori sono svaniti lasciando dietro di sé un vuoto che non è solo materiale. È uno svuotamento di senso. Ci siamo abituati a una morale "estetica": è buono ciò che è garbato, è accettabile ciò che non disturba la nostra sensibilità da spettatori pigri. La riflessione sociale viene bypassata dal fascino del gesto eclatante. La mobilitazione delle forze dell’ordine, i droni che ronzano sopra i decumani, le sirene che squarciano l'aria diventano parte di una colonna sonora necessaria, un elemento di disturbo che però conferma la grandezza del "colpo".

Il Teatro della Superficie

Perché questa rapina ci affascina così tanto? Perché riflette perfettamente il nostro modo di stare al mondo: siamo una società che preferisce la superficie del fatto alla sua radice storica e sociale. Preferiamo chiederci come siano scappati piuttosto che interrogarci sul perché una comunità intera sia pronta a provare una sottile, inconfessabile ammirazione per chi riesce a beffare il sistema senza "fare del male". Ma il male è intrinseco alla violazione. La "suggestione" di cui siamo prigionieri ci impedisce di vedere l’erosione del patto civile. Se il rapinatore diventa un personaggio, la vittima diventa un extra e la legge un semplice ostacolo narrativo. È il trionfo del noir sulla realtà: una deriva in cui l’analisi etica viene bollata come noiosa o bacchettona, sostituita da un’ironia cinica che tutto livella. Il paradosso è che, in questa fuga fino all'ultimo respiro, a correre non sono solo i banditi con il bottino tra le mani. A correre, verso un precipizio di indifferenza morale, è la nostra capacità di distinguere la rappresentazione dalla sostanza. Abbiamo scambiato la cortesia con la bontà, il silenzio con la pace, e l’assenza di spari con l’innocenza.

L'Ultimo Atto

Quando le luci della ribalta si spegneranno su questa vicenda, cosa resterà? Non le cassette vuote, non le indagini tecniche, ma la sensazione di aver assistito a un evento che non ci appartiene, come se fossimo tutti seduti in una sala cinematografica, sgranocchiando popcorn mentre il tessuto sociale si sfilaccia sotto i nostri piedi. La vera rapina non è avvenuta nel caveau. La vera rapina è quella che subiamo ogni giorno nella nostra percezione del reale: ci hanno rubato la capacità di indignarci per la prevaricazione, se questa viene servita con un sorriso cinematografico. Siamo diventati ostaggi di una grande suggestione collettiva, convinti che finché il film "gira" bene, la morale possa restare tranquillamente chiusa in un cassetto. Magari proprio uno di quelli che ora giacciono vuoti, sotto il suolo di una città che ha imparato a recitare la sua stessa vita per non doverla guardare in faccia. Questa è la cronaca di un naufragio nei modi, dove il naufrago ringrazia il capitano del sommergibile per avergli porto il salvagente con grazia, mentre la nave affonda. E in questo silenzio scintillante, tra una riflessione sociologica e un'analisi del costume, l'unica cosa che davvero manca è il rumore della coscienza che si sveglia. Ma quella, si sa, non fa parte della sceneggiatura.

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