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Ciao, mi presento: sono un partito... qualunque

Ciao, mi presento: sono un partito... qualunque
Mi presento: sono un partito politico. Uno qualunque, non importa di destra o di sinistra (tanto, per quello che vale, non ci distinguiamo più), ma faccio il partito dal 1944. Ne ho passate tante. Quarantacinque anni a far finta di lottare per muovere gli orientamenti della Nazione, anche se tutti sapevano che la sinistra al governo non ci sarebbe mai andata fino a che c'era la guerra fredda; poi mi sono trovato, nel corpo, gente di tutti i tipi -da destra a sinistra, e da sinistra al centro- quando la rivoluzione del '91 ha sconvolto gli equilibri.
Che dovevo fare? Sono andato in coma. Come la mucca pazza, nutrita con il cibo sbagliato, ho bloccato il cervello, non ho pensato più, e sono rimasto inerte. Il mio corpo se lo è preso il più forte. Come la protagonista di Kill Bill, sono stato stuprato nel sonno da chiunque avesse un po' di soldi e un barattolo di vaselina, o fosse amico dell'infermiere. Ne ho parlato con gli altri partiti, in una della nostre riunioni di auto aiuto (sapete? quelle riunioni di disperati: " amici, diamo il benvenuto al nostro nuovo amico, partito repubblicano" " ciao partito repubblicano, io sono partito comunista") e tutti hanno un vago ricordo della cosa.
Adesso mi sento meglio, grazie, ma appena uscito dal coma sono ancora debole. E confuso. Ieri sono andato a casa, nella mia vecchia sede. È cambiato tutto. In soffitta ho trovato i vecchi manifesti, i cartelloni, addirittura il mio simbolo fatto con l'alluminio. Vi ricordate quelli che si attaccavano al balcone della sezione, e che ci mettevano anni a scolorire? È stato doloroso scoprire che li avevano sostituti con altri simboli. E poi con altri. La miseria! Quasi uno all'anno!
E io lì, fermo, senza cambiare mai. Non sapevo che fosse un male essere coerenti.
Ma quello che mi ha fatto più male non è la faccenda del simbolo, ma la fine che hanno fatto fare ai libri. I libri non li hanno cambiati: li hanno solo buttati. Non c'è niente al loro posto. Allora io dico: va bene cambiare idea, ma almeno cambiatela con un'altra. E invece niente. I libri li ho trovati in cantina. Ammuffiti e mangiati dai topi. Dalle zoccole, diciamola tutta.
Poi l'altro ieri, improvvisamente ho capito. Ero a pranzo a casa di una militante. C'era da mangiare in abbondanza, ma il cibo non sapeva di niente. Non aveva alcun sapore, e anche il dolce era uguale allo spezzatino. Mentre mi lamentavo che era tutta la stessa minestra, che si stava a mangiare solo per bulimia e non più per fame, lei mi ha detto: "ci vorranno almeno quindici anni perché i sapori tornino a distinguersi, sempre che torniamo a fare caso ai sapori".
Avete presente quel brivido dietro la schiena che vi prende quando tutto improvvisamente si fa chiaro? Nei fumetti ci disegnano una lampadina accesa. E pensare che la militante non era nemmeno del mio partito; ma la malattia è la stessa. Solo che non è una malattia, ma un avvelenamento. Ed io ho trovato la cura.
Ieri notte, con un paio di comp... di camer..., insomma, con due amici, siamo andati a riprendere i libri di nascosto, come dei ladri. Li abbiamo rimessi a posto da un antiquario amico nostro e nel retrobottega abbiamo ricavato una stanza. Da oggi siamo alla ricerca dell'antidoto: un gruppo di ragazzini svegli che abbiano un minimo di consapevolezza, con la testa ancora sgombra da feisbuch, posta per te, violetta e uomini e donne, e vogliano gustare il cibo invece di ingozzarsi e ingrassare.
Non sarà facile. I vecchi libri sono importanti ma non basteranno. Il mondo è cambiato e occorrerà comprarne degli altri o, meglio ancora, scriverne degli altri. Addestreremo questi ragazzini a pensare con la propria testa. Alcuni non si troveranno d'accordo (ancora meglio, così magari funzioneranno da antidoto per altri partiti), ma gli altri si prepareranno, svilupperanno una capacità battericida e, quando saranno cresciuti, faranno a pezzi gli amici dell'infermiere, e quelli con i soldi. Quella gente che si è divertita con il mio corpo, e che quando non andavo più bene, mi ha tinto i capelli, me li ha rapati a zero, poi mi ha dipinto di nero e poi di verde e poi a strisce.
Tornerò ad essere un partito politico vero. Adeguato ai tempi, ma sempre coerente con me stesso, con i vecchi libri vicino ai nuovi, messi con pari dignità sullo stesso scaffale. Le persone chiederanno aiuto a me quando si sentiranno smarrite, e non per mangiare senza fatica, ma per conoscere la strada. I nemici della gente sono tanti e hanno cattive intenzioni. Vogliono la nostra anima per renderci schiavi in cambio di un po' di minestra e un telefonino nuovo. Ma non vinceranno.
Ci vorrà del tempo per addestrare questi ragazzini, per farne degli uomini politici, degli Statisti. E prima ancora, per trovare quelli adatti. Almeno quindici anni dovranno passare, ma ce la farò a guarire.
Come avete detto? Che partito sono? No, non ve lo dico chi sono.
Tanto tra quindici anni lo scoprirete. Sarò rimasto solo io.

 

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Marco Scillitani

Marco Scillitani
È nato nel 1967, il 23 novembre, giorno che gli ha consentito di festeggiare un compleanno indimenticabile con il terremoto del 1980. Fa l'avvocato non per vivere, ma perché lo trova interessante e, non avendo mai saputo usare le mani gli è parso il metodo più efficace per raddrizzare le cose storte. Insegna Magia e Formule all'Università, ma di nascosto. Chi lo ascolta crede che parli di Procedura penale. Solo il titolare della cattedra se ne è accorto ma fa finta di niente. Da piccolo ha cominciato a osservare quello che gli accadeva intorno, collezionando storie e territori immaginari. Quando qualcuno glielo chiede, le restituisce. Ma non si assume responsabilità.

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