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IL PIANETA VEGA

Celebrare la vita

La vita è, a ben vedere, un grande equivoco. Ed è per questo che è così preziosa. Noi siamo la somma di tante vite, di tanti significati diversi del termine "vita", spesso così poco compreso. Una riflessione per la Giornata mondiale della vita.

Celebrare la vita

Oggi è la Giornata mondiale della vita e purtroppo non se n'è parlato molto sui media, quasi per niente. La vita è ciò che più ci riguarda da vicino, e noto con stupore che però non fa notizia nel giorno della sua celebrazione. 

Come fa notare il giurista Francesco D'Agostino, quello di vita è un concetto equivoco, ossia non se ne dà una definizione univoca. Abbiamo la vita come zoé, ossia come vitalità; la vita come bios, il dato biologico del singolo individuo; e la vita come psyché, l'anima, il soffio vitale, lo spirito, l'afflato. Ciascun essere vivente è la somma delle prime due definizioni, e l'uomo anche della terza. Io direi che è a questo punto che il concetto di vita diventa quanto mai equivoco. Soprattutto da un punto di vista filosofico e teologico e finanche teleologico si giustifica l'inferiorità di alcune creature rispetto ad altre (nella fattispecie, degli animali rispetto all'uomo) col loro non avere anima. Un concetto teoreticamente giusto, sul quale tuttavia si è giocato il grossissimo malinteso di pensare di poter disporre gratuitamente e indiscriminatamente della vita di "esseri senz'anima". Il punto è che senz'anima non significa non senziente; e che l'anima di cui si parla nei massimi sistemi è quella spirituale, quella destinataria della redenzione. Ma l'anima, la psyché, è anche semplicemente il principio ontologico dell'individualità di ciascun essere, e chiunque abbia avuto anche solo un cane o un gatto può notare incontrovertibilmente che in questo senso anche gli esseri non dotati di parola e di una razionalità come la intendiamo noi, in senso illuminista, hanno una propria individualità e un proprio carattere. Dunque più che non avere anima gli animali (che buffo, poi, che si usi proprio questa parola dal suono e dall'etimologia così assonanti!) non hanno quell'anima di cui parlano i mistici e i religiosi e certo, non potrebbero nemmeno averla, visto che non hanno peccato e visto che non rientrano in un discorso escatologico come invece accade all'uomo. Tuttavia in nome di questo malinteso si continua a pensare che gli animali siano stati creati a nostro uso e consumo.

Parliamo anche di un altro grande malinteso: quello del "non vedo, dunque non c'è". Quando la vita non appare così come uno ritiene dovrebbe essere, o quando è ancora nascosta nel grembo di una mamma, ecco che si arriva a pensare che, semplicemente, non esista, e - paradosso - vi si possa metter fine. Eppure è palese che occorre eliminarla, quella vita, pur ritenendo non sia tale! C'è tutta una procedura da eseguire. Se non fosse tale, non occorrerebbe estirparla. E invece la vita è come la musica: non la vediamo, ma c'è. In tanti casi siamo come dei sordi, pensiamo che la musica non esista perché non possiamo sentirla, e invece lei è là, suona, la si percepisce in ogni dove. 
Ed è questa presenza che, per quanto ci si possa sforzare di negare, non si può mai domare e che ci obbliga a difendere la vita, dall'inizio (dal concepimento, cioè) alla sua fine naturale. La vita, diritto ma anche dovere. Dovere di viverla pienamente, dovere di rispettarla, dovere di custodirla, perché ne siamo amministratori, non padroni.
Difendere la vita, sempre, ricordando che la vita non ha sesso, non ha età, non ha specie. Che duri pochi minuti o oltre cento anni, che sia condotta camminando su due gambe, su quattro  o più o meno zampe o volando nell'aria o guizzando in acqua o strisciando sulla terra, e finanche assorbendo luce e calore, la vita è sempre quel mistero del quale non ci possiamo impadronire, che non possiamo manipolare e al quale forse potremo persino dare inizio in qualche laboratorio, ma che non si fa mai afferrare, mai manovrare pienamente. C'è qualcosa, nella vita, da cui non possiamo prescindere. Spesso ci ricordiamo della vita solo quando la si perde. Probabilmente perché, come fa notare ancora D'agostino, "è la perdita e non il dono che ci colpisce". Se solo avessimo occhi capaci di apprezzare quel dono prima che vada smarrito e, ancor più, di contemplarlo, e di contemplarlo in ogni essere vivente, avremo già fatto quasi tutto il lavoro che c'è da fare su questa Terra, anche lei così viva, così vitale, così unica nell'Universo conosciuto tanto da avere quasi una propria individualità, una psyché, da svelare e conoscere. 

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Alessia Roberta Scopece

Alessia Roberta Scopece

Artista, scrittrice di saggi e giornalista pubblicista, autrice radio-tv, nonché convinta vegana. Un po' Alex in Monsterland, un po' Lilac Aysel, nasce nel 1982 in un giorno di mezzo inverno. Attualmente vive su un asteroide, anche se ogni tanto si aggira sul pianeta Terra dove vivono famigliari e amici. Ha due lauree (per la terza ci stiamo lavorando), un diploma in fumetto, tanti anni di studio del pianoforte, un'associazione chiamata "LunaCometa" che si occupa della diffusione di stili di vita etici e sostenibili e di vegan lifestyle nonché del sostegno a persone disagiate. Ama gli arcobaleni, gli animali, i viaggi, le persone gentili, le stelle ed è cittadina onoraria di Vega, piccolo pianeta ubicato un po' più in là dell'Isola-che-non-c'è dove tutti sono cruelty-free. Dalla prospettiva delle immensità siderali si è resa conto che il pianeta Terra è il più bello che esista. Per questo motivo vi parlerà di Vega: per imparare che la Terra e quanto contiene meritano tanta cura, tanto rispetto e protezione e tanto amore.

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