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I tatuaggi? Per i Romani roba da barbari… ma li utilizzavano

Simboli di uno status, si ottenevano con carbone sciolto e sono antichissimi

I tatuaggi? Per i Romani roba da barbari… ma li utilizzavano

mummia della principessa di Ukok

Sono sempre più i ragazzi e le ragazze (soprattutto) che desiderano farsi un tatuaggio. Molti di loro, tra i 14 e i 16 anni, ne hanno già uno e annunciano di volerne fare altri. Sebbene io personalmente sia contraria a ‘marchiare’ la pelle in maniera irreversibile, tuttavia devo ammettere che alcuni sono davvero carini e non giudico chi nutre questo desiderio. Talvolta fatti per moda, altre per ‘imprimere’ un ricordo legato ad un significato profondo, resta il fatto che i tatuaggi imperversano sempre più tra i teenager e non solo, basta vedere che sono sempre più i centri tattoo che aprono nelle varie città. Benché sembri una pratica contemporanea, in realtà l’origine del tatuaggio è antichissima: dai primitivi agli Egizi, dai Romani ai barbari. La mia analisi si soffermerà in special modo sull’antica Roma, dove – ad essere sinceri – il tatuarsi era considerata una pratica barbara, a cui erano dediti popoli poco civili agli occhi dei Romani. In particolare gli scrittori latini ricordano i tatuaggi che esibivano in battaglia Traci, Alamanni e Britanni, spesso volti a determinare la tribù di appartenenza, altre volte diretti a suscitare paura negli avversari, altre ancora avevano un valore apotropaico (come quelli raffiguranti animali feroci: es. cinghiali, tori, etc); soprattutto i Britanni erano così chiamati dal termine “brith” che voleva dire “dipingere”, proprio perché, oltre ai tatuaggi veri e propri (che i latini chiamavano stigma), usavano dipingersi il volto, gambe e braccia, nonché coprirsi con pelli di animali che venivano dipinte o tatuate a loro volta. Secondo le testimonianze i tatuaggi di animali-totem riguardavano soprattutto gambe e ginocchia per dare la sensazione di belve in movimento. Insomma l’abbigliamento e l’aspetto delle tribù barbare doveva certamente incutere timore e, mutatis mutandis, anche oggi per alcuni il tatuaggio può rivestire questo significato. Ben altra accezione aveva invece per i Romani, che pure lo usavano ma in maniera diversa; se infatti abbiamo detto che era indecoroso per un cittadino dell’Urbe tatuarsi, tuttavia esistevano determinate categorie a cui era concesso, ovvero gli schiavi, i gladiatori e i soldati. Per quanto riguarda gli schiavi non avveniva sempre ma nel caso in cui ci fossero dei rei di fuga: veniva tatuato il nome del padrone cosicché, nel caso di una nuova evasione, potevano essere trovati e ricondotti al proprietario. Tra i soldati, invece, tale pratica aveva un duplice significato: da una parte i milites erano soliti, per onore, imprimersi il nome della legione di appartenenza o di una particolare battaglia a cui avevano preso parte, dall’altra (ma ciò nel tardo impero) serviva a individuare i disertori. Infine, ad esibire i tatuaggi, in questo caso per sfoggio, erano i gladiatori e i marinai, molto probabilmente con lo stesso significato odierno. Come erano prodotti? Tolto il caso in cui venivano impressi con un ferro rovente, gli antichi Romani usavano esclusivamente il colore nero, ottenuto infiltrando carbone disciolto sotto la pelle, mentre i barbari usavano anche il rosso.

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Alba Subrizio

Alba Subrizio
«E quel giorno che ha potere solo sul mio corpo e su null’altro, ponga pure fine, quando vorrà, alla mia vita. Con la miglior parte di me volerò eterno al di sopra degli astri e il mio nome non si potrà cancellare, fin dove arriva il potere di Roma sui popoli soggiogati, là gli uomini mi leggeranno, e per tutti i secoli vivrò della mia fama…». Così Publio Ovidio Nasone conclude il suo capolavoro “Le Metamorfosi”; sulla scia del grande Sulmonese. E, allora, eccomi qui a raccontarvi di miti, eziologie e pratiche del mondo antico… che fanno bene anche oggi.

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