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Il ‘fascinus’ e la ‘fascinatura’: dall’antica Roma all’Italia meridionale

Da simbolo fallico e apotropaico a ‘sortilegio’: la pratica di curare il "malocchio", tuttora esercitata, ripescata e spiegata nella notte dei tempi

Il ‘fascinus’ e la ‘fascinatura’: dall’antica Roma all’Italia meridionale

Certamente chi conosce o vive nell’Italia meridionale avrà almeno una volta sentito parlare di ‘fascinatura’. Con questo termine si indica propriamente il ‘malocchio’, ovvero la fattura, se non proprio il sortilegio. Il vocabolo (fascinatura), a ben guardare, sebbene non sia contemplato nei dizionari di italiano, tuttavia ha una origine ‘nobile’, essendo niente di meno che un calco del participio futuro del verbo latino “fascinare” (‘affascinare’, nel senso di ‘ammaliare’, ‘stregare’), cioè fascinaturus, fascinatura, fascinaturum. A sua volta il verbo deriva dal temine fascinus e su quest’ultimo ci soffermeremo per capire come questa credenza abbia in realtà origini antichissime che si perdono nella notte dei tempi e che ci collegano alla cultura latina delle origini. Il fascinus per i latini era l’incantesimo che per lo più si ‘lanciava’ con le parole, tanto che si parla più precisamente di “fascinus verborum”. Tuttavia nell’antica Roma non tutti potevano e/o sapevano ‘fascinare’, dal momento che per aver potere sul destino e sulla vita degli altri bisognava conoscere le parole giuste, le formule giuste; solo chi era depositario di tali segreti poteva esercitare una forza coercitiva sulle divinità, in modo da ‘piegarle’ ai propri voleri e così arrecare danno ad una persona specifica. Cionondimeno, se è vero – come anzidetto – che nella Roma imperiale tale era il significato di fascinus, è anche vero che in età arcaica il termine aveva, al contrario, un’accezione positiva, indicando niente poco di meno che il simbolo del fallo, che godeva di valore apotropaico (eh già!). Come capita di vedere, nei paesi (più che altrove) spesso si trovano impresse sul marciapiede antistante l’ingresso di casa sagome di chiavi, forbici o ferri di cavallo per contrastare il malocchio, allo stesso modo nella Roma antica, per prevenire la iattura, si potevano trovare amuleti a forma di fallo nei crocicchi delle strade [cfr. foto in basso proveniente da Pompei], nei campi militari o nei giardini di casa; ad esempio il poeta Orazio dedica una satira (Satira 1,8) ad un falegname che aveva plasmato una statuina del dio Priapo dal membro virile eretto e rosso (ruber porrectus ab inguine palus). Inoltre questi simboli fallici venivano anche foggiati per essere appesi a braccialetti o collanine per bambini (un po’ come oggi il cornicello napoletano) per stornare i malefici; addirittura questi simboli venivano portati in processione per benedire e garantire fertilità ai campi. Orbene, il fascinus, da cui la fascinatura, ha un’origine pagana e antichissima che, diffusasi soprattutto nelle campagne, è sopravvissuta all’avvento del cristianesimo, trovando ancora adepti e praticanti, sebbene con ‘formule’ e modalità differenti.

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Alba Subrizio

Alba Subrizio
«E quel giorno che ha potere solo sul mio corpo e su null’altro, ponga pure fine, quando vorrà, alla mia vita. Con la miglior parte di me volerò eterno al di sopra degli astri e il mio nome non si potrà cancellare, fin dove arriva il potere di Roma sui popoli soggiogati, là gli uomini mi leggeranno, e per tutti i secoli vivrò della mia fama…». Così Publio Ovidio Nasone conclude il suo capolavoro “Le Metamorfosi”; sulla scia del grande Sulmonese. E, allora, eccomi qui a raccontarvi di miti, eziologie e pratiche del mondo antico… che fanno bene anche oggi.

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