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Lancia Appia seconda serie. Io mi ricordo...

Lancia Appia seconda serie. Io mi ricordo...

La mitica Lancia Appia, II serie

Mia mamma aveva una Fiat 850. Mio padre guidava invece una Alfa Romeo Giulia. Ma io allora avevo cinque anni e per me queste due auto erano solo la “macchina azzurra” –guidata da mia madre, rassicurante, avvolgente, sempre diretta verso un bel posto come la campagna, o il mare-  e la “macchina nera”, l’Alfa di mio padre che, severa, ci portava a scuola ogni giorno e con la quale si affrontavano i viaggi lunghi e impegnativi. Per questo motivo, vedevo anche mia madre come una mamma azzurra, come il cielo sereno che illuminava i miei giorni. Così anche mio padre era il papà della notte, che tornava a casa di sera, che ci proteggeva quando la luce andava via.

In questo mondo di automobili e persone colorate, mio nonno era un’eccezione. Non aveva colore; era troppo grande per limitarlo a uno solo. Mio nonno i colori li aveva tutti. Mio nonno non aveva una macchina. Mio nonno aveva l’Appia. Non “un” Appia, ma “la” Appia. Le altre non esistevano, contava solo la sua. Perché era sua o, per meglio dire, era lui. “Lancia Appia seconda serie” è un nome che per me è venuto dopo, quando –uscita la prima Delta– si convinse a cambiarla, sorprendendo però tutti quando si rifiutò di darla in permuta. Continuò  a conservare l’Appia come si tiene un quadro in casa. Nonno Giovanni non teneva particolarmente alle cose. Non si affezionava agli oggetti. Aver perso tutto, ogni cosa, durante la guerra, gli aveva insegnato l’insostituibile vantaggio di avere un bagaglio leggero. Ma con l’Appia era diverso. Quella macchina lo aveva condotto nella Germania ancora devastata degli anni cinquanta; lo aveva accompagnato a Roma, un ritorno difficile, per tentare di salvare il poco che la guerra non gli aveva portato via. Non rinunziò mai a una compagna così preziosa. Per quanto riguarda me, il merito di mio nonno è stato quello di aiutarmi a ricordare. I sedili davanti, soprattutto, uniti come quelli posteriori, che mi consentivano di rifugiarmi sotto le sue braccia nei momenti più tristi delle tragedie dei bambini. Ma anche il tetto, di panno morbido, caldo, come le coperte del mio letto. E, infine, l’odore. I sedili, sempre puliti, intrisi del suo dopobarba. La plastica del cruscotto, buono da guardare, con le sue levette nere, pulsanti pieni di magia per chi ancora era a digiuno di fredda tecnica. L’Appia di nonno era blu. Ma non importava. Era l’Appia, e tanto bastava.

Trascorsi più di quaranta anni, mio nonno non c’è più. Ha lasciato la sua vita ed un vuoto nella nostra. E poi ci ha lasciato l’Appia. Impolverata, inutilizzabile, preservata comunque dalla rottamazione, perché nessuno mai in famiglia avrebbe avuto il coraggio di attuare un’idea del genere. Il giorno in cui fu deciso il suo destino fu riunione formale di famiglia. Decidere dell’Appia era come decidere di cambiare casa, o città, o lavoro. Chiamammo un amico, il quale insistette per pagare una somma, ma gli fu affidata come si affida un parente ad un medico, per curarlo nella sua clinica. Il giorno che venne a prenderla, nel grande patio della villa di nonno, tutti vollero essere presenti. Vedendola allontanarsi mi scappò di salutarla. E scorsi nonno, sulla balaustra di casa, che non sorrideva, ma che dietro la sua immancabile espressione sorniona, nascondeva degli occhi umidi e brillanti.

 

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Marco Scillitani

Marco Scillitani
È nato nel 1967, il 23 novembre, giorno che gli ha consentito di festeggiare un compleanno indimenticabile con il terremoto del 1980. Fa l'avvocato non per vivere, ma perché lo trova interessante e, non avendo mai saputo usare le mani gli è parso il metodo più efficace per raddrizzare le cose storte. Insegna Magia e Formule all'Università, ma di nascosto. Chi lo ascolta crede che parli di Procedura penale. Solo il titolare della cattedra se ne è accorto ma fa finta di niente. Da piccolo ha cominciato a osservare quello che gli accadeva intorno, collezionando storie e territori immaginari. Quando qualcuno glielo chiede, le restituisce. Ma non si assume responsabilità.

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