IL MATTINO
Personaggi
02.02.2026 - 15:28
Maria Rita Parsi è morta il 2 febbraio 2026, a 78 anni.
Per il grande pubblico era “la psicologa della televisione”, una definizione che dice molto ma non abbastanza, e che rischia di ridurre a familiarità ciò che in realtà è stato un passaggio storico: l’ingresso stabile della psicologia nello spazio simbolico del Paese.
Non fu la prima in assoluto a parlare di psiche in televisione, il primato viene di solito attribuito a Enzo Spaltro, già negli anni Settanta, ma fu la prima a farne una presenza quotidiana, riconoscibile, quasi inevitabile.
La prima a incarnare, nel bene e nel male, l’idea che il disagio emotivo non fosse più un fatto privato, ma una materia degna di esposizione pubblica. Apparteneva a una generazione di donne per cui ogni scelta era, implicitamente, una frattura.
Nata nel 1947, cresciuta in un’Italia che assegnava ancora alla femminilità un destino preciso, la Parsi compì una decisione allora poco dicibile e ancor meno giustificabile: scelse di non avere figli.
Non come rinuncia, ma come atto di coerenza con una vocazione che non ammetteva deleghe.
Eppure, proprio questa donna senza maternità biologica sarebbe diventata una delle voci più ostinate nella difesa dei diritti dell’infanzia.
Un paradosso solo apparente perché la Parsi non ha mai inteso i bambini come estensione narcisistica dell’adulto, ma come soggetti politici fragili, portatori di diritti e non di aspettative.
La sua battaglia per i minori, condotta attraverso la Fondazione Movimento Bambino, le campagne pubbliche, il lavoro nelle sedi istituzionali e la partecipazione al Comitato ONU sui diritti del fanciullo, nasceva da una convinzione radicale e cioè che l’infanzia fosse il punto cieco delle democrazie mature.
In televisione arrivò quando il mezzo era ancora centrale, autoritario, capace di costruire senso comune.
Le sue apparizioni frequenti, talvolta discutibili, spesso polarizzanti, contribuirono a normalizzare parole un tempo impronunciabili: trauma, abuso, disagio, depressione.
La celebre lite in diretta con Pippo Baudo, rimasta nell’immaginario collettivo, non fu solo un incidente di costume televisivo, ma la manifestazione di un conflitto più profondo tra intrattenimento e responsabilità, tra leggerezza e dolore reale.
Maria Rita Parsi non ha mai nascosto la propria ambizione di incidere.
Non si è rifugiata nel linguaggio criptico dell’accademia, ma ha scelto l’esposizione, pagando il prezzo della semplificazione e dell’iper-visibilità.
È stata amata, derisa, contestata. Ma soprattutto è stata ascoltata.
E questo, per una psicologa, è sempre stato il vero potere.
Negli ultimi decenni, mentre la psicologia e la psicoterapia diventavano progressivamente beni di consumo, prestazioni necessarie quanto una visita specialistica, ma anche merci inserite nel mercato del benessere, la figura della Parsi restava ambigua e per questo interessante.
Da un lato aveva contribuito a rendere la cura psichica socialmente legittima; dall’altro ne aveva incarnato una versione mediatica, talvolta semplificata, che oggi appare lontana dalle complessità del disagio contemporaneo.
Eppure, senza quella fase, senza quella esposizione quasi didattica, è difficile immaginare l’Italia di oggi, un Paese in cui andare in terapia non è più uno stigma, ma una pratica diffusa, talvolta persino prescritta.
La Parsi ha aperto una breccia, quando la sofferenza mentale era ancora letta come colpa, debolezza o vizio morale.
La sua scelta di non essere madre, letta oggi, appare come una dichiarazione controcorrente ma coerente, non tutti i legami di cura passano dalla biologia.
Alcuni passano dalla parola pubblica, dalla presa di posizione, dalla responsabilità verso chi non ha voce.
In questo senso, Maria Rita Parsi è stata una madre simbolica di molte battaglie, e una figura scomoda per ogni retorica rassicurante.
Con la sua morte si chiude una stagione della televisione e della psicologia italiana.
Una stagione in cui la psiche entrò nei salotti prima che negli studi professionali, e in cui una donna senza figli seppe parlare di bambini con una radicalità che ancora oggi manca.
Non è poco.
E non è semplice da archiviare.
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