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L'analisi

Foggia: un luogo di nessuno, ideale per farci la guerra

Mentre premiavano il capo della procura come uomo dell’anno, per strada ne uccidevano un altro in mezzo alla gente. Mentre una presunta èlite era impegnata nel tentativo di darsi un ruolo, dall’altra parte eruttava il magma della città.

Foggia: un luogo di nessuno, ideale per farci la guerra

La premiazione del procuratore Vaccaro come foggiano dell'anno

Tutto è successo alcuni anni fa, quando il ceto medio e la gente perbene di questo capoluogo hanno cominciato a trattarlo come le capsule degli ostelli giapponesi, a usarlo come un enorme bed and breakfast in cui sostare solo il necessario, senza partecipare a nessun processo sociale

Mentre premiavano il capo della procura come uomo dell’anno, per strada ne uccidevano un altro in mezzo alla gente. Mentre una presunta èlite era impegnata nel tentativo di darsi un ruolo, dall’altra parte eruttava il magma della città. Sta tutta qui la disperazione di Foggia, nell’ossessione di doverla raccontare meglio di com’è. Nel solco profondissimo scavato a protezione di una normalità miope, bigotta e provinciale, oltre cui c’è la guerriglia. Da una parte la retorica dei concerti e delle tavole imbandite attraverso cui l’amministrazione comunale sta inseguendo uno sterile maquillage, dall’altra il far west. Da una parte la grottesca celebrazione di infrastrutture che serviranno soprattutto alle campagne elettorali (vedi aeroporto), dall’altra l’accettazione di una criminalità ormai sudamericana. In mezzo il vescovo Vincenzo Pelvi, l’unico ad aver capito che non c’è più una città perché non ci sono più i suoi cittadini.

In un posto così – ci si chiede – perché mai dovrebbe essere premiato un procuratore e non i Fratelli della Stazione, la Caritas o la Fondazione Antiusura, gente in trincea tutti i giorni dell’anno. Poi però spunta l’animo storicamente rozzo di un popolo che vive raccolto in caste, che si è autoproclamato repubblica di sé stesso e nelle cui logiche nessuno può entrare. Non le classifiche sulla qualità della vita, che sono sbagliate a prescindere anche se (da decenni) indicano Foggia tra le città peggiori d’Italia. Non i giornali, figurarsi se i giornalisti sono obiettivi quando raccontano che ormai la gente ha paura di uscire di casa. Non gli anziani quando in pieno centro vengono pestati da adolescenti, ma guai a parlare di baratro sociale e non di goliardia di arboriana matrice. Men che meno l’ironia di Checco Zalone e del suo bidet, pena il sollevamento di un caso nazionale basato unicamente sugli ormoni dell’orgoglio. Perché Foggia sta così male da sentirsi turbata più da un comico che da un omicidio sotto casa, si è talmente rassegnata alla violenza da considerarla consolatoria.

Tutto è successo alcuni anni fa, quando il ceto medio e la gente perbene di questo capoluogo hanno cominciato a trattarlo come le capsule degli ostelli giapponesi, a usarlo come un enorme bed and breakfast in cui sostare solo il necessario, senza partecipare a nessun processo sociale (a cominciare dai docenti dell’università, che non vivono qui). Nessuno si è più interessato a ciò che stava accadendo, perché nessuno si sentiva di meritare quello schifo (che però tutti abbiamo contribuito a generare). E’ stato così che Foggia ha smesso di essere città e si è trasformata nell’alloggio di moltissimi residenti-pendolari. Un immenso dormitorio da 160mila posti letto, in cui il destino di tutti si compie altrove. Un luogo di nessuno, ideale per farci la guerra.

Pubblicato il 4 gennaio 2020 su Il Corriere del Mezzogiorno - Per gentile concessione. 

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