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La riflessione

Dopo "Foggia Libera Foggia", chi libera Foggia?

Ricordiamocene quando ovunque verrà celebrata questa straordinaria pagina di rigurgito civile, quando i riflettori delle televisioni e dei giornali saranno spenti e la città resterà di nuovo sola, a fare i conti con l’assedio delle sue metastasi.

Da destra, Antonella Franco (titotalere di Bibop), Lucia La Torre (Confcommercio), Daniela Marcone (Libera), Gianni Mongelli (Ph. M. G. Frisaldi)

Daniela Marcone in una manifestazione di protesta contro la criminalità a Foggia

In una giornata in cui si fa fatica a non esserci, il nostro pensiero va a chi è rimasto a casa. A chi non ci sarà, a quelli che non sventoleranno la bandiera della loro indignazione. Poiché lo fanno ogni giorno, vivendo qui.

Quello che Don Ciotti e Libera dovrebbero aver capito di Foggia, è che il cancro contro cui si combatte affonda le metastasi nelle cellule di una società ormai largamente compromessa, nella sottocultura pavida e accondiscendente di molte donne e uomini che oggi attraverseranno la città animati da sincera indignazione, salvo rimangiarsela ogni giorno con condotte che raccontano il contrario. Pensiamoci, quando tra le prime file del corteo vedremo sfilare rappresentanti della società civile di dubbia moralità, imprenditori che hanno fatto affari con la criminalità, esponenti politici e dirigenti che sono stati punti di contatto con l’illegalità che a parole vorrebbero mettere al bando. Ricordiamocene quando ovunque verrà celebrata questa straordinaria pagina di rigurgito civile, quando i riflettori delle televisioni e dei giornali saranno spenti e la città resterà di nuovo sola, a fare i conti con l’assedio delle sue metastasi. Quando quelli che oggi invocheranno lo Stato non avranno nulla da obiettare sulla composizione di certi consigli comunali, salvo accodarsi allo sgomento quando saranno sciolti per mafia.

Manifestiamo allora, che fa sempre bene soprattutto se poco dopo si andrà a votare. Ma ricordiamoci di questa giornata anche quando tollereremo la presenza degli abusivi accanto alla polizia municipale, quando faremo finta di non aver visto gli spacciatori sotto casa per evitare che se la prendano con le nostre auto. Ricordiamocene quando troveremo il parcheggio destinato ai disabili occupato da chi crede di averne diritto solo perché pensa e si esprime in dialetto. Quando i bandi di gara andranno sempre agli stessi, e la città ricomincerà a essere tappezzata di cantieri che non vuole più nessuno. Quando di notte sentiremo un’altra esplosione, sospesi tra l’incredulità dell’ennesimo delitto e il sollievo che sia avvenuto lontano da noi. Ricordiamoci di questa bellissima giornata anche quando durante le campagne elettorali prometteranno ai nostri figli e nipoti un futuro di cui non hanno nemmeno lontanamente idea. Quando amministratori e politici improvvisati si impegneranno a moltiplicare posti di lavoro che invece non ci sono, riscuotendo consensi straordinari perché drogati dalla fame, dal bisogno di dare un senso alla vita di chi non ne ha una. Manifestiamo pure, ma ricordiamo che l’unico esercizio di democrazia (forse più importante del voto) resta il ricorso alla coscienza. Ed è per questo che in una giornata in cui si fa fatica a non esserci, il nostro pensiero va a chi è rimasto a casa. A chi non ci sarà, a quelli che non sventoleranno la bandiera della loro indignazione. Poiché lo fanno ogni giorno, vivendo qui.

Pubblicato il 10 gennaio 2020 su Il Corriere del Mezzogiorno - Per gentile concessione. 

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