IL MATTINO
Cultura
21.07.2023 - 12:29
I libri, tutti, nel momento in cui vengono messi al mondo, attraverso la pubblicazione, partono con le stesse potenzialità. Credere che ci siano libri più fortunati di altri è sbagliato, diversamente non si spiegherebbe la fortuna di libri che pur essendo ben scritti non allargano lo sguardo del lettore, piuttosto tendono a restringerlo.
È il caso di Salinger e de “Il Giovane Holden”, libro di culto, e manifesto del nichilismo esistenziale anche contemporaneo, insomma del nichilismo formato "vitellone", per rendere immediatamente l'idea, e contestualizzare il libro anche nel nostro di mondo, quello italiano.
L'Italia è da sempre sensibilissima a tutto quello che l'America le propina nelle salse più varie, perché da sempre guarda all'America con gli occhi della meraviglia.
Per questa ragione l'Italia incarna l’anima più provinciale e diffusa dell'America stessa, quell’America periferica, lontanissima da Central Park, da New York City, che è uguale e, totalmente, sovrapponibile alla periferia italiana, e con la globalizzazione con la periferia di qualsiasi altro punto vicino e distante sulla carta geografica dall'America.
Ed è per questa ragione che “Il giovane Holden” è sopravvissuto al tempo e alla sua visione monotematica della realtà, dando però la stura a tutte le narrazioni egoriferite e da social.
«Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com'è stata la mia infanzia […] e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle belle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. Primo, quella roba mi secca, e secondo, ai miei genitori gli verrebbero un paio di infarti per uno se dicessi qualcosa di troppo personale sul loro conto».
Adesso a fronte di un incipit così congeniato per quale ragione si dovrebbe continuare a leggere questo libro?
Nessunissima ragione semplicemente perché di romanzi di formazione ce ne sono tanti, di respiro più ampio di quello di Salinger, autore che ha fatto della spocchia la misura con cui un adolescente guarda il mondo dal suo guscio (senza riuscire a beccare questo guscio) e per questo come la famosa volpe che non riesce ad arrivare all’uva dice che è acerba. Ma è proprio questa spocchia, che, sconfina nel nichilismo, che gli ha permesso di continuare a fluttuare fino a noi e chissà per quanto tempo ancora.
Allora se un merito possiamo riconoscere a Salinger a questo punto è proprio quello di essere il padre di tutti gli scrittori francobollo, cioè di tutti quelli scrittori da appendice senza feuilleton, scrittori senza feuilleton da cui siamo invasi.
Il fiato corto di Salinger ha dato la stura a tutte le narrazioni claustrofobiche sul mondo, facendo del provincialismo con il quale guarda al mondo la copertina di Linus per tutte le generazioni, generazioni che da questo libro sono state sedotte, al punto di credere che questo libro avrebbe dato un senso alla loro vita, quel senso che la loro vita non aveva.
È Salinger il padre della difficoltà del piccolo di farsi altrove e grande, un'operazione la sua che dal punto di vista letterario suona come una condanna, ma che ha fatto la fortuna di un certo modo di scrivere, e cioè di chi scive senza mai essere nato attraverso la scrittura.
Se poi vogliamo leggere questo libro con l'idea, invece, che dal piccolo si possa approdare al grande non ne caveremo niente perché la stessa realtà americana ci dimostra la difficoltà di questa interpolazione. In America il cinema, la musica, la cultura hanno un peso specifico e servono proprio per differenziare e potenziare la comprensione della realtà, più di quanto non sia accaduto con il giovane Holden, che è semplicemente entrato nel flusso della narrazione sul suo tempo come riflesso.
I libri una volta che viaggiano a velocità supersoniche, il giovane Holden è stato uno di questi, diventano magici proprio in virtù della rincorsa che prendono senza rotolare. Accaduto questo è possibile solo essere a favore di quel libro, di quell'autore, lo spazio per una visione critica e non parziale si riduce tanto da non potere esistere.
Ma a questo punto, e dopo settanta due anni dalla sua pubblicazione, forse, servirebbe guardare a Holden Caufield in maniera differente.
Gli Anni ‘50 sono passati da un pezzo e il malessere oggi, e a qualsiasi età, non è mai stato così tanto di moda da fare diventare questo libro statico e obsoleto.
Oggi ci sono gli hikikomori a segnare il passo e a polverizzare Holden, declassando senza tema di smentite questa Bibbia della gioventù, incapace di accettare il passaggio dell'adolescenza all’età adulta.
Lo schema di Salinger di fronte alla complessità del mondo in cui viviamo è troppo superficiale, e anche terribilmente stucchevole per dovere e potere sposare noi la sua causa in pieno, perché il malessere che descrive è figlio di quel populismo che ogni giorno ci offende e ci disgrega come società politica e umana, tanto da diventare una condanna senza appello, una condanna a cui nemmeno chi scrive di mestiere può porre rimedio, soprattutto se esce di casa per incontrare il mondo che non può essere una comfort zone.
E allora quelli che devono zappare per vivere, come si diceva una volta, cosa dovrebbero fare?
«Non ho nessuna voglia di mettermi a raccontare tutta la mia dannata autobiografia e compagnia bella. Vi racconterò soltanto le cose da matti che mi sono capitate verso Natale, prima di ridurmi così a terra da dovermene venire qui a grattarmi la pancia. Niente di più di quel che ho raccontato a D.B., con tutto che lui è mio fratello e quel che segue. Sta a Hollywood, lui. Non è poi tanto lontano da questo lurido buco, e viene qui a trovarmi praticamente ogni fine settimana. Mi accompagnerà a casa in macchina quando ci andrò il mese prossimo, chi sa. Ha appena preso una Jaguar. Uno di quei gingilli inglesi che arrivano sui trecento all'ora. Gli è costata uno scherzetto come quattromila sacchi o giù di lì. È pieno di soldi, adesso. Mica come prima. Era soltanto uno scrittore in piena regola, quando stava a casa».
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