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L'epidemia

Coronavirus: Enrico, tecnico di radiologia lucano nella tempesta Covid-19 tedesca

«La mia parte più emotiva mi porta a pensare che vorrei essere lì per prendermi cura della mia gente, per riservare servizio alla mia nazione, per mettermi a disposizione della mia terra»

Coronavirus: Enrico, tecnico di radiologia lucano nella tempesta Covid-19 tedesca

Enrico, tecnico di radiologia in Germania

MELFI- Enrico è un lucano, dal 2016 si è trasferito in Germania precisamente ad Agatharied, dove lavora come Tecnico di Radiologia medica per immagini e radioterapia. Enrico è uno dei tanti giovani, laureato con il massimo dei voti, e costretto ad emigrare per poter fare il lavoro per il quale ha investito. Quello che spinge all’emigrazione non è la ricerca di un lavoro qualunque, bensì un’occupazione degna che rispecchi il proprio ruolo e con un guadagno, delle prospettive e delle responsabilità in linea con il valore e l’investimento in formazione. Per l’Italia, i giovani appena laureati sono “troppo giovani”: senza esperienza, inesperti, non idonei. All’estero, essere giovani è invece un valore aggiunto. Per capirlo, basta guardare gli investimenti che i paesi fanno in educazione e pensioni. “Secondo l’Eurosat, per ogni euro speso in educazione, l’Italia ne spende 3,5 in pensioni e per ogni euro in università, ne spende 44 in pensioni. I laureati fra i 25-34 anni guadagnano solo il 10 per cento in più dei loro coetanei senza laurea, al contrario, i laureati italiani fra i 55-64 anni, in Italia hanno un “bonus” sui guadagni quasi al 66 per cento”. Il mercato del lavoro italiano quindi, penalizza i giovani e valorizza gli anziani, lasciando che le grandi menti fuggano laddove sanno di poter essere stimate. Lasciamo che le competenze italiane vengano sfruttate nei paesi in cui l’investimento nello studio, rappresenta davvero un investimento per il futuro, un futuro tangibile, concreto, che esiste. “Stiamo perdendo una gran fascia di chi può far crescere il nostro paese, di chi sa innovare, di chi può contribuire con le proprie energie e capacità a tirare fuori l’Italia dalla spirale di crisi sanitaria, economica, demografica, educativa, occupazionale.” Oggi, più che mai, è importante sentire forte il senso di Patria: in presenza, tornado, restando. Poter esserci per la propria Nazione, con la propria mente e le proprie mani.
Enrico, sei andato via dall’Italia da un po' di anni, come mai? Perché hai scelto di trasferirti proprio in Germania?
«Sono diversi i fattori che mi hanno portato ad andare via, su tutti la voglia di lavorare ed essere indipendente. Dopo tre anni dalla laurea, concorsi annullati, cancellazioni improvvise di graduatorie, sembrava impossibile poter essere impiegato in Italia nell’ambito per il quale avevo studiato, cosa che invece la Germania è stata in grado di offrirmi da subito. Non è stato semplice prendere coscienza che l’unica strada aperta per la mia evoluzione personale e professionale fosse verso l’estero ma ho scelto di percorrerla».
Come funziona la sanità in Germania e come sta affrontando l’attuale pandemia da Coronavirus?
«Il Land dove vivo, la Baviera, sta seguendo sommariamente le stesse procedure che sono state adottate in Italia per arginare il contagio, ma con un ritardo di circa venti giorni rispetto all’Italia permettendo al Sistema Sanitario Tedesco il vantaggio di poter organizzare al meglio le strutture, presidi e personale. Ad oggi siamo forniti di tutti i dispositivi di protezione individuali, nella fase del Triage, che avviene all’esterno della struttura ospedaliera, oltre ai pazienti in attesa, noi del personale veniamo monitorati clinicamente ad ogni entrata con il rilievo dei parametri soggettivi e oggettivi che consentiranno di cogliere tempestivamente eventuali variazioni dello stato di salute, ed in caso dei sintomi previsti, si procede alla somministrazione del tempone. Ma anche qui c’è lentezza per le richieste dei tamponi da parte delle famiglie a casa.».
Cosa significa lavorare durante un’emergenza sanitaria di questa entità, lontano dalla propria terra d’origine, senza poter restare a disposizione della propria Nazione?
«E’ dura, non le nego che alle volte, la mia parte emotiva mi porta a pensare che vorrei essere li per prendermi cura della mia gente, per riservare servizio alla mia Nazione, per mettermi a disposizione della mia terra. Ma la razionalità mi ricorda che sono un professionista sanitario, e questo mi basta».
Ritornerebbe in Italia? E quale Italia vorrebbe trovare per poter tornare?
«Al momento mi godo quest’esperienza lavorativa e soprattutto di vita che mi sta permettendo di crescere molto come uomo e come professionista. La Germania ha fiducia nei neo-laureati che non possono avere esperienza se mai viene concesso loro di cominciare. Vengono valutate le capacità e le competenze, cosa che l’Italia non permette ed inoltre ostacola con la sua lenta e minacciosa burocrazia. In futuro ritornerei nella mia Patria, qualora fosse in grado di garantirmi ciò che adesso ho».

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