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Matera, l'impronta di Vanessa e il destino lucano di una serie al bivio

Matera, l'impronta di Vanessa e il destino lucano di una serie al bivio

Non è mai solo una questione di trasposizione, quando la pagina scritta si fa carne e accento tra i Sassi di Matera, e l'attesa per l'8 marzo, data in cui Imma Tataranni tornerà a popolare gli schermi di Rai1, dopo l'anteprima su Raiplay, porta con sé un'eredità pesante: quella di un'alchimia rara tra territorio e interprete. Difficile, se non impossibile, scindere oggi il sostituto procuratore Tataranni dal volto di Vanessa Scalera, l'attrice pugliese che ha saputo compiere un'operazione mimetica capace di trasformare un personaggio letterario in un'icona pop, infondendole una spigolosità vibrante e un'umanità ruvida, lontana dai cliché del poliziesco in rosa. La Scalera non ha semplicemente recitato Imma, l'ha letteralmente scolpita nel tufo, restituendo a questa figura una consistenza etica che trasforma ogni indagine in una riflessione profonda sulle radici del male e del bene, ma la vera vittoria dell'operazione è stata soprattutto quella di restituire alla Basilicata una dignità geografica e umana che la televisione raramente concede con tale onestà.

Questa serie ha infatti smontato l'immagine della Lucania come terra "maledetta" dei vinti o come semplice meta asettica del turismo di massa, trasformandola in un corpo vivo fatto di silenzi collinari e di asprezza calanchive, dove la geografia dei luoghi coincide con quella dei sentimenti. Muoversi tra i Sassi e le praterie dell'entroterra non è qui un esercizio estetico, ma la necessità di una narrazione che osserva il mondo con distacco e orgoglio,  restituendo alla Regione una consistenza umana che va ben oltre il fondale da cartolina.In questo ecosistema così densamente caratterizzato, il passaggio di testimone tra Carlo Buccirosso e Rocco Papaleo è avvenuto con naturalezza sorprendente proprio perché,  se il primo portava in dote una napoletanità fatta di tempi comici millimetrici, l'ingresso di Rocco Papaleo ha giocato la carta dell'appartenenza viscerale; lucano nel midollo, l'attore riporta il racconto a una dimensione di " casa", evitando ogni rischio di invasionevdi campo perché respira lo stesso odore del paesaggio e ne conosce i tempi lunghi. 

Tuttavia il successo di una serie nata dalla penna sapiente di Mariolina Venezia vive su un equilibrio fragilissimo, poiché una volta che un cast azzeccato porta un'opera al vertice, siamo arrivati alla quinta serie, la sfida cruciale diventa la tenuta del climax, quel momento magico in cui l'attenzione del pubblico deve rimanere alta senza cedere alla tentazione della routine o all'effetto assuefazione che trasforma i caratteri in macchiette. La Tataranni funziona finché rimane "scomoda" e mantiene quel graffio ironico che non si ferma alla superficie dei fatti, scavando nelle radici sociali delle storie senza permettere alla Basilicata di diventare un semplice ornamento, perché se la narrazione dovesse ammorbidire sui binari del rassicurante, tutto l'edificio rischierebbe di incrinarsi fatalmente, cosa possibile con l'uscita già annunciata della Scalera dalle possibili serie a venire. Un vero peccato perché questo racconto fino ad ora non ha mai tradito la sua identità e quella di una terra millenaria che aspetta di capire se il suo secondo tempo sarà all'altezza della sua storia.

Nota in margine sull'architettura narrativa di Imma Tataranni 

L'universo di Imma Tataranni si configura come un mondo che trascende il genere poliziesco per farsi indagine antropologica e sociale del Mezzogiorno contemporaneo. Al centro del sistema dei personaggi domina la figura del Sostituto Procuratore, donna. Un'anomalia di genere estetica e morale la cui corazza di abiti sgargianti e modi bruschi scherma un'intelligenza analitica implacabile e una memoria prodigiosa, strumenti necessari per scardinare le ipocrisie di una provincia in bilico tra atavismo e modernità. Mentre la trasposizione televisiva tende a levigare le asperità della Matera dei Sassi trasformandola in una cornice scenografica di abbacinante bellezza, il testo letterario ne conserva la natura di città ferita, dove il delitto non è mai un evento isolato ma l'epifenomeno di radici storiche profonde e di una severa crisi etica. Il contrasto tra la stabilità domestica offerta dal marito Pietro, figura che ribalta i tradizionali ruoli di genere, e la tensione evolutiva che li porterà a separsi, permette di esplorare le vulnerabilità di una protagonista che non cerca il consenso, ma la verità. In questa micro società la narrazione non si ferma alla superficie del "giallo", ma utilizza una sottile ironia e una riflessione spesso amara per spiegare le dinamiche di potere e le stratificazioni sociali di un'Italia che fatica a conciliare il proprio passato  con le promesse del futuro.

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