Cerca

Personaggi

Dalla campagna lucana al Palazzo delle Nazioni: la storia di Pasqualina Di Sirio

35 anni al World Food Programme tra Africa, America Latina e diplomazia internazionale. Un percorso costruito con studio, mobilità e perseveranza, fino ai vertici dell’agenzia dell’Onu che combatte la fame nel mondo

Dalla campagna lucana al Palazzo delle Nazioni: la storia di Pasqualina Di Sirio

Dalla campagna lucana degli anni ’60 al cuore della diplomazia mondiale: la storia di Pasqualina Di Sirio
è il viaggio (e come scoprirete mai termine fu più appropriato) di una donna che con perseveranza ha
trasformato le radici contadine in un trampolino e la diversità delle proprie origini, in un punto di forza
per colmare il divario con gli interlocutori, confermando come, per parafrasare Richy Gervais, “la
capacità sia la ricchezza dei poveri”.
Lei ha lavorato per 35 anni per il World Food Program, il programma nato dalla FAO (Food
and Agricolture Organization) e dal Segretariato delle Nazioni Unite per gestire gli aiuti e le
problematiche di sicurezza alimentare. Vuole raccontarci qual è stato il suo percorso?
«E’ cominciato tutto nel 1987 quando sono stata incoraggiata dalla direttrice della SIOI, Società Italiana
per l’Organizzazione Internazionale, la dottoressa Cappetta, grande sostenitrice della carriera delle
donne, a partecipare ad un concorso indetto dal Ministero degli Affari Esteri. Era rivolto ai giovani
laureati con esperienza lavorativa e conoscenza delle lingue straniere, disposti a servire la causa
umanitaria e lo sviluppo nei Paesi del Sud del mondo. Si tratta del programma “Junior Professional
Officers”, tutt’ora esistente, che rappresenta senza dubbio uno dei migliori canali promossi dallo Stato
italiano per i giovani che aspirano ad una carriera internazionale. Il fatto di essere neo-laureata in
“economia e commercio”, allora si chiamava così, presso l’università di Parma, ed aver maturato
un’esperienza lavorativa in Camerun, dove avevo vissuto per ragioni personali insegnando matematica,
in francese, a classi di 80 persone di svariate età, mi rendeva una candidata qualificata. A mia volta ero
interessata a lavorare con le Nazioni Unite perché avrei potuto continuare ad operare nel settore
internazionale ma attraverso un’organizzazione con maggiore influenza sulle politiche di sviluppo
nazionali e, in quanto giovane donna, mi faceva sentire anche più tutelata in termini di sicurezza».
Vince il concorso ed entra al WFP. Qual è il primo Paese a cui viene assegnata?
«L’ufficio del Madagascar è stata la destinazione assegnatami dal World Food Program, con il titolo di
‘giovane funzionaria’. I primi progetti seguiti avevano molteplici fini: dal supporto all’educazione tramite
la creazione di mense scolastiche, alla riforestazione, fino al recupero nutrizionale dei bambini. Dopo
questa esperienza, la carriera è stata eterogenea ed in continua crescita, cosa non scontata perché in
genere si tende a specializzarsi su un continente o su una funzione. Nel mio caso invece l’evoluzione è
stata sia “verticale”, con l’assunzione di ruoli di crescente responsabilità manageriale, che
“orizzontale” per le diverse funzioni ricoperte, tra cui quello di “assistente speciale e del protocollo”
della direttrice esecutiva del WFP. Quest’ultimo ruolo mi ha permesso di osservare le politiche e le
strategie globali dell’Organizzazione da un punto di vista privilegiato grazie, ad esempio, alla
partecipazione a riunioni con Presidenti di Stato come Fidel Castro oppure a conferenze internazionali
come la “ World Conference on Women” in Cina o ancora la World Food and Nutrition Conference della
FAO tenutasi a Roma e in Canada. In parallelo alle esperienze, si evolveva anche la mia posizione a
livello di organigramma fino a ricoprire il ruolo di direttrice, mansione di grande responsabilità e
prestigio, che mi ha permesso di relazionarmi direttamente con le cariche più alte dei governi
destinatari degli aiuti ed influenzarne le strategie di sviluppo. Il faro del mio operato quotidiano è stato
sempre incidere sul benessere delle popolazioni».
In Madagascar si è aperto e chiuso un ciclo. Nel mezzo in quanti posti è stata?
«In totale ho fatto dieci spostamenti di cui tre in Europa e sette tra Africa ed America Latina perché anche
noi, come gli ambasciatori, abbiamo l’obbligo della mobilità. Questo vincolo è motivato dalla necessità
di rimanere obiettivi, cosa che potrebbe venir meno nel momento in cui si creano dei legami di lunga
durata sul posto. Inoltre è dovuto alla necessità di “job rotation” tra colleghi e alla volontà dell’ONU, e
in particolare del WFP, di intercambiare e arricchire le esperienze tra i Paesi. Ogni anno viene redatta
una lista di trasferimento con i posti vacanti nel mondo e ci si può candidare per 3 destinazioni, fermo
restando che la decisione finale spetta alla commissione composta dai capi direttivi. Mi reputo
fortunata per aver potuto servire in diversi continenti e Paesi, tra i quali anche la sede di Roma, mentre
molti dei miei colleghi sono rimasti per tutta la loro carriera in un solo continente».
Conciliare privato e lavoro è sempre molto difficile, soprattutto per noi donne. Questi
costanti spostamenti lavorativi immagino abbiano inciso sulla sua vita personale.
«Sicuramente, a cominciare dal mio matrimonio che è finito con la partenza per il Madagascar, perché,
a differenza di quello che facciamo noi donne, l’uomo in genere non ti segue. E’ raro trovare un uomo
che rinuncia alla propria carriera per seguire la donna. Io però non volevo sacrificare né la professione
a cui potevo ambire né il desiderio di diventare madre. Conciliare le due cose non è stato facile. Ho
rimandato la maternità il più possibile sperando di incontrare un uomo con cui crescere un figlio
insieme perché, da buona donna del sud, ci tenevo a creare una famiglia stabile. Mi rendevo conto però
che a causa del mio lavoro, il sogno non era realizzabile. Così arrivata a 39 anni ed avendo una relazione
con un collega da 5 anni, ho messo da parte i dubbi ed ho deciso di fare questo grande passo: diventare
madre, decisione di cui sono orgogliosa e molto contenta. Ovviamente crescere un figlio da sola,
lontana dalla famiglia, è stata una sfida non indifferente ed ha avuto un certo impatto anche sulla
carriera. Per l’Organizzazione era difficile assecondare le richieste di tutti i dipendenti in merito alle
assegnazioni e non sempre si poteva garantire un Paese adeguato per le necessità di un bambino. Ho
dovuto fare delle rinunce, in termini di carriera, per dare priorità ai bisogni di mio figlio ma resto
comunque riconoscente al WFP che ha preso in considerazione i miei bisogni di madre nei momenti
chiave della vita di mio figlio. Chiedere di tornare a fine carriera in Madagascar è stato un modo per
chiudere il cerchio sia in termini di inquadramento, perché ho potuto riprendere la posizione di
direttrice a cui avevo dovuto rinunciare per tornare in Europa, che come attività perché mi sono sempre
considerata un’operatrice sul “campo” e volevo andare in pensione dal “campo”».
Dal suo racconto si evince come anche lei abbia dovuto scontrarsi con un ambiente di
lavoro declinato al maschile.
«Penso si possa dire, a cominciare dal concorso i cui partecipanti erano prevalentemente uomini. Nel
primo gruppo italiano selezionato per il WFP eravamo in cinque, quattro uomini ed una donna: io. Devo
riconoscere che, per fortuna, nel mio percorso ho incontrato delle donne che hanno avuto un ruolo
determinante per la mia carriera. Te ne dico due. Della prima, ho già parlato: la direttrice della SIOI che
mi aveva spinta a partecipare al concorso. La seconda è stata la direttrice esecutiva del WFP, Catherine
Bertini che, avendo apprezzato il mio lavoro in Mozambico, mi ha dato la possibilità di lavorare per lei
presso la sede centrale a Roma, promuovendo ulteriormente la mia carriera. La solidarietà e l’ appoggio
tra donne sul lavoro sono essenziali se si vuole veramente promuoverne la carriera, il cosiddetto
“empowerment femminile”. In qualità di direttrice, nei Paesi dove ho servito, ho sempre fatto il massimo
per applicare la politica delle Nazioni Unite che prevede, a parità di merito, di privilegiare l’assunzione
di donne, cosa che richiede di seguire attivamente il processo di selezione in modo da avere gli
strumenti, se necessario, per mettere in discussione le scelte dei colleghi«.
Lei ha trascorso la vita in giro per il mondo ma le sue radici sono lucane. Qual è la
caratteristica in cui si riconosce maggiormente?
«La perseveranza è il tratto della lucanità che sento molto forte e che mi ha salvata in tante circostanze,
a cominciare dall’iscrizione all’università fatta con sforzo e determinazione. Io vengo da una famiglia
umile che già aveva fatto i salti mortali per permettermi di conseguire il diploma delle superiori quindi
per loro il discorso si poteva chiudere lì, non essendoci disponibilità economica. Allora proposi di
andare a cercare lavoro vicino Parma dove viveva mia zia. Una volta arrivata però mi sono iscritta
all’università, promettendo a mia mamma che se le cose fossero andate male, dopo il primo anno avrei
smesso. Quale migliore motivazione per dare il massimo? Tra borse di studio e appoggio della mamma
che intanto si era rassegnata ad avermi lontana e studentessa, sono riuscita a conseguire la laurea con
il massimo dei voti. Non ho mollato e questo è l’altro tratto della lucanità in cui mi riconosco, quella che
ora si chiama resilienza. In me era molto forte anche la voglia di riscatto perché volevo dimostrare a
tutti, ed in primis a me stessa, che potevo raggiungere traguardi ambiziosi ed affermarmi in un contesto
riservato a figli di ambasciatori e a chi aveva avuto la possibilità di frequentare scuole prestigiose
all’estero. Sicuramente bisogna faticare più degli altri, imparare di più, perché devi colmare il divario. E
veniamo all’altro tratto della lucanità in cui mi riconosco: la capacità di lavorare con passione ed
integrità onorando la fatica. Io sono nata in una Lucania diversa da quella attuale che non aveva ancora
l’elettricità in casa e nemmeno l’acqua. Ricordo nella mia infanzia che le donne, mia mamma inclusa,
usavano le fontane pubbliche per fare il bucato e raccogliere l’acqua per fini domestici. In casa usavamo
i lumi perché non c’era l’elettricità. Aver conosciuto quella Lucania, mi ha aiutata tanto nella
comprensione delle tematiche di sviluppo e promozione delle popolazioni locali, in Africa e America
Latina, perchè nei villaggi vivevano situazioni simili a quelle che avevamo noi 60 anni fa. Stesso discorso
per le problematiche legate all’apprendimento della lingua ufficiale ed alla dispersione scolastica.
Ricordo bene le difficoltà di alcuni miei coetanei nell’imparare l’italiano e nel frequentare la scuola in
quanto, prima e dopo le lezioni, dovevano lavorare in campagna o occuparsi degli animali, come del
resto era stato per i miei fratelli più grandi. L’altro ostacolo era la necessità di uniformarsi con ciò che
all’epoca era la normalità: esprimersi in dialetto per non essere derisi e forse anche per una mancata
accettazione di una lingua che era stata imposta. Tutte queste tematiche, lo scontro tra la lingua locale
e quella ufficiale, le ho ritrovate nei Paesi in cui ho lavorato. Il fatto di ritrovare un vissuto, mi facilitava
sia nel relazionarmi con le problematiche del posto che nel trasmettere fiducia perché l’Italia del Sud
ce l’aveva fatta e potevano riuscirci anche loro, vedevo uno sbocco. Sicuramente in questi casi gli
investimenti erano minori rispetto a quelli che avevamo ricevuto noi e proprio per questo bisognava
utilizzarli con diligenza, operando allo stesso tempo per incrementarli e destinarli all’assistenza
sociale. Ti racconto un aneddoto che penso sia stato importante anche per la mia carriera. Ero nel sud
del Madagascar durante la mia prima missione, con uno dei capi, in un posto remoto che avevamo
raggiunto dopo due giorni di macchina. Intorno a noi vedevamo pareti di fichi d’India i cui frutti sono
l’alimento di base per la popolazione di quella regione. Così chiesi al mio capo, un belga, se potevamo
fermarci per mangiarne e lui, che non sapeva che si mangiassero, rimase stupito nel vedere la mia
dimestichezza nel pulire il frutto grazie all’eredità del vissuto nelle campagne lucane. Con questo, il
capo ebbe la prova che avrei potuto ben integrarmi con quelle popolazioni e fare un buon lavoro. Il fatto
di venire da una piccola comunità rurale del sud Italia è stato il mio PHD, il mio plus».
Visto che oggi è la festa della donna, che consigli darebbe alle ragazze?
«Studiare per ambire a posti di rilievo; non accettare i limiti imposti dalla società; lavorare duro perché
senza sacrifici, non si raggiunge la vetta. Diffidate delle scorciatoie!».

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Il Castello Edizioni e Il Mattino di Foggia

Caratteri rimanenti: 400

edizione digitale

Sfoglia il giornale

Acquista l'edizione