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Rubrica di legge e di miti (1): gli atti persecutori

Persecuzioni amorose: Apollo e Zeus predatori e stalker

Dafne e Nemesi, una ninfa e una divinità costrette a una fuga ad armi impari, senza possibilità di scampo

Persecuzioni amorose: Apollo e Zeus predatori e stalker

Apollo e Dafne di Bernini

Comincia oggi una rubrica settimanale che interpreta i miti alla luce della legislazione vigente in Italia. Spesso infatti nei racconti greci si trovano prefigurati gli archetipi di alcuni reati. La mitologia fornisce immagini suggestive dei comportamenti umani, aiutando il lettore a conoscerne meglio l'animo e fornendo dei paradigmi immediati cui rivolgersi.

Apollo: «Non sono un nemico, è per amore che ti inseguo»
Ovidio


NELLA lingua greca il termine dàfne (δάφνη) indica la pianta dell’alloro. Le fonti antiche ne testimoniano un uso assai vario: di ornamento nell’Odissea, nautico nelle Argonautiche di Apollonio Rodio, magico nel mimo urbano le Incantatrici di Teocrito, dove entra a far parte del rito compiuto da Simeta (v. 23).

L’alloro è, però, soprattutto conosciuto per essere la pianta sacra ad Apollo. Il poeta greco di settimo secolo Esiodo, nella Teogonia, racconta di aver ricevuto l’investitura poetica dalle «Muse dell’Olimpo» proprio accettando da queste «un ramo di florido alloro», creando così un precedente tale per cui l’alloro (in latino laurus) darà il nome alla nostra "laurea" (durante la quale non di rado una folta corona di alloro svetta sul capo del laureato). La denominazione greca, secondo il mito, si deve alla bellissima quanto sfortunata ninfa Dàfne, Δάφνη, (il termine latino laurus pare derivi da alcune varianti dialettali della parola dàfne, in particolare da làfne, λάφνη). Ella era probabilmente figlia del fiume Ladone e di Gea, la Terra, ma in altre fonti viene i genitori sono il fiume tessalo Peneo e la ninfa Creusa: del mito, come spesso accade, esistono diverse versioni, che non ne mutano comunque la sostanza. Nelle sue linee essenziali è raccontato dal mitografo Igino, autore di 277 Fabulae: 



«Poiché Apollo perseguitava Dafne, figlia del fiume Peneo, quella chiese aiuto alla Terra, che la accolse in sé e la trasformò nella pianta dell’alloro. Apollo allora staccò un ramo da lì e se la mise sul capo».


Fab. 203



Il mito è conosciutissimo, ma in questa rubrica il focus si sposta su un dettaglio finora poco approfondito: il verbo latino persequi, utilizzato da Igino, è qui inteso come "perseguitare". Questo è il primo elemento per proporre un’ulteriore chiave di lettura, rispetto all’interpretazione classica che legge nel mito di Apollo e Dafne un’opposizione fra desiderio sessuale e castità. Esso può essere considerato il primo esempio nella letteratura occidentale di quel reato che oggi ha il nome di stalking, definito nella legislazione italiana, all’articolo 612 bis del codice penale:

«è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni chiunque con condotte reiterate minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura, ovvero, da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva, ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita. La pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge, legalmente separato o divorziato o da persona che sia stata legata da relazione affettiva, ovvero se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici. La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso a danno di un minore, donna in stato di gravidanza, in stato di disabilità (…) ovvero con armi o da persona travisata».



La legge parla di condotte reiterate di minaccia o molestia nei confronti dell’altro, di stato di ansia e paura per la propria incolumità da parte della vittima, di cambiamento forzato delle proprie abitudini di vita: ebbene, il poeta latino Ovidio, nel suo suggestivo racconto del mito di Apollo e Dafne nelle Metamorfosi (I, 452 - 567), confermerà la presenza dei tre elementi su citati. Il racconto ovidiano si apre con l’antefatto: Cupido, dio dell’amore, per vendicarsi di essere stato preso in giro da Apollo forgerà due frecce, una con il potere di far innamorare chi ne fosse colpito, l’altra di effetto contrario:

«È d’oro, la freccia che induce [l’amore], e ha una punta affilata, lucente; è smussata, la freccia che scaccia, e sotto la canna è di piombo. Con questa il dio trafisse la ninfa, la figlia del Peneo; con l’altra ferì, trapassandogli le ossa, Apollo al midollo. E subito lui s’innamora».



Ovidio, a monte, giustifica il comportamento di Apollo, facendolo apparire indotto da Cupido: la giustificazione del reato di stalking ancora oggi avviene sulla stampa, spesso poco oggettiva nell’individuazione di colpe che, quasi sempre, vengono fatte ricadere sulla vittima. 

Dafne, però, custodisce gelosamente la propria castità:



«Lei fugge anche il nome di amante; non cerca che il folto dei boschi e le pelli strappate alle bestie che ha preso, seguendo l’esempio della vergine sorella di Febo [Artemide], nemica alle nozze. In molti l’hanno pretesa; ma lei, i pretendenti, li sprezza; insofferente degli uomini e libera, va a rifugiarsi nei boschi deserti: che siano Imene, l’amore, le nozze, non vuole saperlo». 



Condotte reiterate di minaccia o molestia nei confronti dell’altro



Il primo a "molestare" in maniera reiterata Dafne è proprio il padre, che vuole imporle il matrimonio e la maternità. Alla fine, di fronte alla supplica della figlia, il genitore le concede l’assenso circa il rifiuto del matrimonio, ma Ovidio avverte la ninfa e il lettore che la sua bellezza le impedirà di realizzare il desiderio: in qualche modo, giustifica le pretese su Dafne, troppo bella per restare pura.



«Suo padre ripete: "Mi devi un genero, figlia". E ripete: "Mi devi, figlia, dei nipoti". Ma lei, che aborrisce le fiaccole nuziali come un delitto, ogni volta arrossisce di vergogna nel volto bellissimo e, buttando le braccia supplichevoli al collo del padre: "Concedimi, padre amatissimo", diceva "che io goda in eterno la verginità, come a Diana l’ha concesso un tempo suo padre". Per lui, consente; ma è proprio la tua bellezza a impedirti di fare quello che vuoi: la tua grazia si oppone al tuo voto».



Ma per Dafne non c’è pace: dopo aver sconfitto le pretese avanzate dal padre, inizia il folle inseguimento di Apollo. «Phoebus amat, cupit». I verbi utilizzati da Ovidio indicano proprio il «desiderare qualcuno per amore». A conferma è possibile trovare l’efficace similitudine che paragona lo stato di forte desiderio del dio all'immediato accendersi delle stoppie o di una siepe a contatto con il fuoco:



«Febo ama: brama di unirsi a Dafne da quando l’ha vista, e spera in ciò che brama; lo inganna il suo dono profetico. E come, mietute le spighe, si dà fuoco alle stoppie leggere, come brucia una siepe se capita di accostarvi troppo la torcia un passante, o buttarla da parte, una volta spuntato il mattino, così il dio va in fiamme, così tutto il cuore gli avvampa e nutre il suo sterile amore di speranze».



Ovidio descrive anche i pensieri intimi di Apollo e il suo desiderio del corpo di Dafne: con una tecnica quasi cinematografica sembra che la telecamera si fissi di volta in volta su una parte del corpo della ninfa, che diventa quasi un’ossessione: «Vedere non basta».



«Le guarda i capelli scendere, trascurati, giù per il collo e si dice: “che capelli, a curarli!”. Le vede risplendere un fuoco negli occhi, simili a stelle, le vede la bocca; ma vedere non basta. Le ammira le dita e le mani, i polsi e le braccia, nude oltre il gomito; i punti nascosti li immagina ancora più belli».



I pensieri di Apollo diventano sempre più morbosi, alimentati inconsapevolmente dal diniego. Iniziano i tentativi verbali di convincere Dafne sempre più martellanti: «Non sono un nemico, non voglio farti del male, ti inseguo per amore, non sai da chi fuggi, sono figlio di Giove, non è colpa mia se sono innamorato, se scappi ti farai male, non voglio essere causa di dolore».



«Più lesta dell’aria leggera lei fugge e non vuole arrestarsi se lui la richiama: "Ninfa, ti supplico, figlia del Peneo, ferma il passo. A inseguirti non è un nemico. Fermati, ninfa! A scappare così è l’agnella dal lupo, la cerva dal leone, con ali tremanti le colombe dall’aquila, ognuna dal proprio nemico. Io t’inseguo, infelice che sono, per forza d’amore. Temo che nella corsa tu inciampi e cada e i rovi graffino le tue gambe che non meritano ferite e che proprio io divenga per te causa di dolore! I luoghi che attraversi sono aspri; Ti prego, rallenta la corsa, frena la fuga; anche io ti verrò dietro più lento. Ma devi sapere chi è a volerti: io non vivo in montagna, non sono un rozzo pastore, non capito qui a pascolare un gregge o un armento. Non sai, pazza, non sai da chi fuggi: per questo mi fuggi. (…) Giove è mio padre (…). La mia freccia va a segno, ma un’altra va più infallibile a segno: mi ha fatto lei questa piaga, nel petto fin qui senza amori. (…)"».



Nell’inseguimento cambiano gli appellativi riservati a Dafne apostrofata inizialmente con «Ninfa», poi con “temeraria” qui reso con «pazza», mentre Apollo si definisce “miser”, aggettivo usato dai poeti latini quando soffrono le pene d’amore. La fuga non fa altro che accendere ancor più il dio nel suo desiderio, Ovidio scrive, riportandone i pensieri: «La fuga l’ha resa più bella». 
Infine, non riuscendo a persuaderla con le parole, sempre più eccitato dal desiderio, Apollo si avvale della sua superiorità, come un levriero celtico si scaglia su una lepre:

«Ma rinuncia a sprecare altro fiato, il giovane dio, per sedurla: a spronarlo c’è amore in persona, così affretta il passo a inseguirla. Al modo in cui vede una lepre in campo aperto un levriero celtico e corre a cercare lui la preda, ma lei la salvezza, e convinto di stare per prenderla, l’uno conta di averla fra un attimo e allarga le fauci per azzannarle le zampe, ma l’altra gli sfugge tra i denti lasciandosi indietro quel morso che già la costringe e non sa se sia o non sia prigioniera, così corrono il dio e la ragazza (…)».



Stato di ansia e paura per la propria incolumità da parte della vittima

Ovidio, con la similitudine del levriero celtico e della lepre, ha introdotto anche lo stato d’animo di Dafne, finora non analizzato, che descriverà in modo efficace con absumptis viribus, expalluit, victa labore fugae (dissipate le forze, sbiancò in viso, vinta dalla fatica della fuga). Si potranno facilmente individuare nei versi seguenti lo stato d’ansia e timore per la propria incolumità descritti nel 612 bis del codice penale:

«Sospinto dalla speranza lui, spinta lei dal terrore. Ma le ali d’Amore sostengono quello che insegue: non le dà tregua, è più rapido e già le sta addosso, mentre lei scappa, alla schiena ansandole dentro i capelli sparsi sul collo. Dissipate le forze, sbiancò in viso, vinta dalla fatica della fuga ».



Cambiamento forzato delle proprie abitudini di vita

Dafne, in preda al terrore e allo stremo delle forze, invoca il padre di far svanire la sua bellezza, che anche lei ritiene la causa di questo eccessivo desiderio. Subirà così una definitiva metamorfosi, un cambiamento forzato e irreversibile delle sue sembianze e abitudini di vita, morendo in qualche modo alla vita umana e divenendo una pianta. Ovidio utilizza il verbo occupare, “impossessarsi, afferrare”, proprio per sottolineare quanto ostilmente la metamorfosi assalga Dafne, unica salvezza da un amore indesiderato, ma pur sempre aggressiva e distruttrice. In questo si può, con molta probabilità, intravedere la morte interiore ed il cambiamento esteriore delle vittime di stalking. Ma l’ossessione di Apollo non si placa neanche dopo la metamorfosi di Dafne, una vittima che non può in alcun modo salvarsi:

«Ma vede le onde del Peneo e lo invoca: “soccorrimi, padre! Se in voi c’è potere divino, fiume, trasforma e smarrisci questa bellezza che ha acceso un amore eccessivo”. Appena ha finito la supplica la invade un pesante torpore le membra, una lieve corteccia le cinge il morbido seno, i capelli si levano in foglie, le braccia si drizzano in rami, i piedi fin lì così rapidi si fissano in lente radici, la chioma le invade la faccia: non resta di lei che il fulgore. Anche così Febo l’ama e posando la mano sul tronco lo sente il cuore che palpita, sotto la nuova corteccia. Le stringe ai rami le braccia, come se fossero membra, le copre il legno di baci: ma il legno respinge i suoi baci». 
Un lieto fine? Non di certo. Dafne è diventata un vegetale, la sua volontà è stata annientata. Apollo ha vinto. 
Il dio: «“Se è vero”, le disse, “che non posso più averti per sposa, sarai, se non altro, il mio albero: ti porterò sempre addosso, alloro, dentro i capelli, sulla cetra e la faretra. Ai condottieri del Lazio farai compagnia nel Trionfo intonato da un coro festoso, e cortei interminabili vedrà il Campidoglio. Davanti alle porte di Augusto monterai fedelissima guardia, proteggendo la quercia nel mezzo; e come io non mi taglio i capelli, e la mia è la testa di un giovane, anche tu porterai l’ornamento di foglie perpetue”. Pean [Apollo] tacque; l’alloro annuì con i rami spuntati, e gli parve accennare col vertice, come se fosse una testa».



La legge parla, infine, di pena aumentata se il danno è commesso da parenti e coniugi e se la persona che commette il reato sia travisata. Il mito di Apollo e Dafne non offre questi spunti, tuttavia è possibile ritrovarli nel racconto della fuga di Nemesi da Zeus. Un frammento dei Canti Ciprii racconta:



«Non mi sfugge (…) che il poeta dei Canti Ciprî (…) rappresenta Nemesi inseguita da Zeus e trasformata in pesce in questi versi: “Dopo costoro [ovvero Castore e Polluce] per terza generò Elena, meraviglia tra i mortali. Nemesi dalle belle chiome, unitasi in amore con Zeus, re degli dei, la generò sotto una violenta costrizione; Fuggiva, non voleva essere mescolata in amore al padre Zeus Cronide. Infatti era tormentata in cuore dal pudore e dall’indignazione. Per la terra e per l’infeconda, nera acqua fuggiva, ma Zeus la inseguiva, desiderava fortemente nel cuore di prenderla, una volta nell’onda del mare che forte ruggisce, sconvolgendo il vasto mare, lei che era nelle sembianze di un pesce, una volta sino al fiume Oceano e ai confini della terra, un’altra sulla terra dalle fertili zolle, si trasformava sempre in quante bestie terribili la terra nutre, per fuggirlo». 



Inseguire donne contro la loro volontà pare essere un vizio di famiglia. Non si possiede, per questo antico racconto, una descrizione dettagliata quanto quella ovidiana, ma il frammento contiene tutti gli elementi riscontrati nel reato di stalking. Con le aggravanti: Zeus è parente di Nemesi (padre o zio) e la possiede sotto mentite spoglie. Eh già, l’inseguimento, anche questa volta, va a buon fine. Nemesi, che in greco vuol dire “vendetta”, genererà Elena, che causerà la decennale guerra di Troia. Ma questa è un’altra storia.

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