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A un passo dal vero

Il corpo di Isabella

Romanzo a puntate di Lorenza Colicigno

Il corpo di Isabella

La poetessa Isabella Morra, uccisa a 26 anni

Un po’ alla volta a Valsinni lo shock aveva lasciato spazio alla lucida coscienza dell’accaduto.

Nei giorni successivi la famiglia, la madre piuttosto, perché il padre era muto e assente, aveva subìto le visite tardive dei compaesani, risposto agli interrogatori della commissaria…

-      Sì, commissa'...già me l'avet' dett' e già è sta' fatt'!

-      E scusate, appunta'!

 

S’era fatta sera. Adele stava tornando a Potenza, al seguito della macchina dove giaceva il corpo di Isabella. Ripensava a  quelle firme siglate in modo ossessivo su quel foglio, era una maniaca della firma come capitava a molte ragazze…anche a lei, ad esempio, capitava. Ma un particolare le tornava in mente insistentemente, non erano gettate lì quelle firme in modo casuale e inconsciamente ripetitivo, erano piuttosto le prove di una firma, ma!…forse Isabella pensava che avrebbe siglato molti libri con il suo autografo…Poteva essere…la tesi, ecco, magari era buona e pensava di pubblicarla. Possibile, ma oramai…

 

Un po’ alla volta a Valsinni lo shock aveva lasciato spazio alla lucida coscienza dell’accaduto.

Nei giorni successivi la famiglia, la madre piuttosto, perché il padre era muto e assente, aveva subìto le visite tardive dei compaesani, risposto agli interrogatori della commissaria…che Dio la benedica quant’è gentile, alle chiamate dei giornalisti…Maronna mia, Dio ce ne scanzi e liberi, ignorato gli sguardi obliqui dei parenti…chissà che penzano verament’, e ossequiato il dottore venuto per farle coraggio…ma che è  venuto  a fa’, non lo tengo proprio simpatico.

Intanto aveva guardato giù ogni secondo verso la scala, lo vedeva ancora gettato a terra, come un cencio, il corpo di Isabella, nemmeno glielo avevano fatto abbracciare…il corpo di sua figlia, perché dovevano fare la utopsia.

  – Sta parola come suona brutto, utopsia…mo me l’anna strazia’ la criatura mia…Maronna addolorata, pensac’ tu, Maronna addolorata, pensac’ tu, Gesù mie…Gesù mieeee”.

Così diceva, ed era come l’eco della litania del rosario, le usciva  appena appena dalla bocca, le parole se le teneva dentro, per paura che diventassero vere.

Aveva cucinato, intanto, per il marito e i figli, i figli distrutti pure loro, venuti da Pavia appena possibile. Ne parlava con i figli che non si capacitavano. Una caduta era possibile, gli studi di medicina abbastanza avanzati li rendeva capaci di dire una parola competente, ma Arcangelo, il più grande, si era lasciato andare ad una confidenza con la madre, e da quel momento l’incidente, oggettivamente possibile, era diventato soggettivamente impossibile.

Arcangelo era un ragazzo intelligente, attivo, “faceva politica” e studiava molto, sapeva bene dei sacrifici che facevano tutti, anche Isabella, che aveva rinunciato ad andare fuori sede, cioè oltre Potenza, per gli studi universitari. Si scrivevano spesso i fratelli, si raccontavano molte cose, minore confidenza c’era con Vito, più piccolo di Arcangelo e quasi suo coetaneo, e proprio per questo da Isabella ritenuto inadatto al ruolo di confidente. Isabella inviava ad Arcangelo anche i suoi componimenti poetici, degli endecasillabi faticosi e con qualche zeppa metrica, ma era sua sorella, e a lui piacevano comunque. Erano gli inizi di marzo quando Arcangelo aveva ricevuto un messaggio che lo aveva colpito molto: il sonetto era perfetto, il tema molto triste, inquietante, se l’era conservato in tasca per molto tempo, poi, come accade spesso, non l’aveva più trovato. Se ne era dimenticato, fino alla telefonata disperata della madre:

- Venit’ a casa, ca vostra sorell’ è morta.

Durante il viaggio i frammenti di quei versi inquietanti avevano ronzato nella testa di Arcangelo, senza che fosse riuscito a ricostruirli completamente, anche se il senso se lo ricordava, si parlava di un oltraggio, di un’ambascia segreta, di un destino crudo e indicibile.  Ma la poesia, si sa, non è vita. L’ispirazione non è verità, forse più che verità, si diceva sommessamente angosciato, interrompendo di tanto in tanto la litania della madre.

-        Ma’, calmat’ ma’, pensamm’ a tutt’ noi, ma’…

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