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Tutta di traverso e mai in fila: l'ostinata parvenza di Patrizia Cavalli

Tutta di traverso e mai in fila:  l'ostinata parvenza di Patrizia Cavalli

Patrizia Cavalli non è mai stata una figura da inserire in un catalogo, il suo modo di stare al mondo somiglia a un agguato logico: quello di chi non accetta la geometria del quieto vivere, il parallelismo rassicurante delle esistenze addomesticate. Se ne stava lì, invece, come quel verso che chiude una porta o ne spalanca una segreta: tutta di traverso. Tutta intera. Nata a Todi, ma diventata l'anima più acuta e spigolosa di una Roma che non c’è più – o che forse esiste solo nei suoi endecasillabi – la Cavalli ha trasformato la quotidianità in una disciplina olimpica del pensiero. La sua poesia non è mai stata un esercizio di lirismo astratto; è stata, piuttosto, un’autopsia del desiderio compiuta con un bisturi d’oro.

L’aristocrazia del quotidiano

Leggere Patrizia Cavalli è come trovarsi in un salotto romano dove la polvere non osa posarsi, non per pulizia, ma per soggezione. Eppure, in quel salotto, si parla di tutto: di pigrizia, di mal di testa, di seduzioni mancate e di quei gatti "castrati e paralleli" che diventano la metafora perfetta di una società che ci vorrebbe prevedibili, allineati, funzionali. La sua scrittura – e qui sta la sua grandezza che la imparenta ai classici senza passare per la polvere delle biblioteche – possiede quella rara capacità di essere insieme colloquiale e solenne. È una lingua che sembra nascere nel momento stesso in cui viene pronunciata, tra una sigaretta e un’osservazione distratta, ma che rivela una struttura d'acciaio. Non c’è una parola di troppo. Non c’è un aggettivo che serva solo a far volume. La Cavalli scriveva come se ogni verso dovesse pagare un pedaggio altissimo alla verità.

L'etica della discordanza

Il ritratto che emerge dalle sue rime non è quello della poetessa fragile o della sacerdotessa dell'ispirazione. È il ritratto di una donna che ha fatto dell'io un laboratorio permanente. "Ma io non sarò mai / castrata e parallela", scriveva con una determinazione che non ammetteva repliche. C’è un’etica profonda in questa rivendicazione di "trasversalità". Essere di traverso significa disturbare il traffico delle opinioni correnti, occupare lo spazio in modo non convenzionale, costringere chi passa a rallentare, a deviare, a guardare. La sua analisi sociale non passava per i manifesti politici, ma per l'analisi dei corpi e delle intenzioni. La Cavalli aveva capito che il potere, quello vero, si esercita nella pretesa di normalizzare l'altro, di renderlo "parallelo", appunto. Contro questa castrazione emotiva e intellettuale, lei ha opposto il diritto all'integrità, anche quando l'integrità coincide con la fuga o con l'isolamento. "Magari me ne vado", diceva. Ma andarsene non era una resa; era il modo supremo di restare fedeli a se stessi.

La geometria del desiderio

Nessuno come lei ha saputo cantare l’ambiguità delle relazioni umane con tanta precisione chirurgica. L’amore, nelle sue pagine, non è una melassa sentimentale, ma una partita a scacchi dove la posta in gioco è sempre la propria sovranità. I suoi versi sono pieni di amanti che osservano, che giudicano, che desiderano senza sosta, prigionieri di una "scena del desiderio" che non ha mai fine. C’è una sottile ironia che attraversa tutta la sua produzione, un distacco che non è mai cinismo, ma piuttosto una forma di autodifesa intellettuale. Analizzava il proprio dolore come se fosse un fenomeno meteorologico: interessante, inevitabile, ma degno di essere descritto con la massima accuratezza tecnica. Questa è la lezione della Cavalli: il sentimento non esclude il pensiero; anzi, il sentimento senza pensiero è solo rumore.

Un'eredità senza eredi

Oggi, in un panorama culturale spesso dominato da una comunicazione urlata o, al contrario, da un minimalismo senza sostanza, la voce di Patrizia Cavalli risuona con una forza quasi scandalosa. Ci ricorda che la poesia può essere una forma di conoscenza pratica, un modo per navigare il disordine del mondo senza perdere la bussola della propria identità. Non cercava il consenso, cercava la precisione. E nella precisione ha trovato la sua libertà. Quella libertà che le permetteva di dire "no" ai gatti in fila, alle vite in fila, ai pensieri in fila. Resta di lei questa immagine potente: una donna che attraversa il secolo senza farsi stirare dalle mode, portando con sé tutto il suo ingombro di intelligenza e di passione.Tutta di traverso, appunto. Perché solo chi sta di traverso riesce a toccare entrambi i margini della strada, a vedere cosa c’è oltre il muro, a non farsi schiacciare dalla marcia trionfale dell'ovvio. Un monito, scritto con la leggerezza di una piuma e la pesantezza del marmo, a non lasciarsi mai castrare dalla necessità di sembrare normali.

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