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17.04.2026 - 20:21
Il punto di contatto è il bilancio. E soprattutto, il giudizio sul bilancio. Quando Coldiretti parla di una manovra “largamente inadeguata” e denuncia come “non accettabile” che l’agricoltura lucana sia stretta tra poche risorse e tensioni geopolitiche, sta dicendo qualcosa che va oltre la rivendicazione di categoria e abbraccia la realtà dei fatti. Sta mettendo in discussione l’impostazione complessiva. È qui che lo strappo politico si salda con quello sociale. Da una parte la posizione dell'assessore regionale con delega all'agricoltura e alla forestazione Carmine Cicala che impone una riflessione complessiva e politica. Dall’altra Coldiretti che certifica — con il peso di una delle principali organizzazioni agricole — che così non si può proprio andare avanti. I numeri, in questo caso, parlano più delle parole. Sei milioni definiti “appena sufficienti” per coprire urgenze immediate, a fronte di un fabbisogno indicato in circa ottanta milioni. Non è il mercante in fiera, è una denuncia strutturale. Significa dire che il problema non è una voce di bilancio, ma l’intera gerarchia delle priorità. E infatti Coldiretti insiste su un punto che è profondamente politico: la mancanza di trasparenza nella costruzione del bilancio e l’assenza di un vero dialogo. Tradotto: non c’è una regia. Non c’è una visione condivisa. Esattamente il terreno su cui si è consumato lo scontro interno alla maggioranza. Certo, l’organizzazione agricola mette anche un argine. Parla di “strumentalizzazioni politiche” inaccettabili, prende le distanze da chi usa la crisi per inquinare i pozzi e crearsi una visibilità. Ma è proprio questo passaggio a rendere il quadro ancora più interessante. Perché nel momento in cui rifiuta la strumentalizzazione, Coldiretti non difende lo status quo: lo critica. E così facendo, finisce per legittimare chi quello status quo lo ha messo in discussione. È una linea sottile, ma decisiva. Non è un sostegno politico a Cicala. È qualcosa di più sfumato e, per certi versi, più efficace: è la certificazione che il problema esiste davvero. Che non è solo un braccio di ferro dentro la maggioranza, ma il riflesso di un malessere reale, che riguarda uno dei settori più strategici della regione. Quel settore primario storicamente colonna portante dell'economia lucana. E allora lo strappo con Bardi assume un significato diverso. Non più solo una frizione interna, ma il punto di emersione di una crisi più ampia: quella di un’agricoltura che chiede risorse e che oggi si sente marginale e non solo a causa della recente ondata di maltempo e dell'aumento del carburante che ha già impattato su tutta la filiera. In questo contesto, la posizione di Coldiretti pesa. Perché senza schierarsi apertamente, sposta l’asse del confronto. Dice che il bilancio non basta. Che il metodo non funziona. Che servono risposte vere. Alla fine, la domanda resta sospesa ma inevitabile: se chi rappresenta il mondo agricolo denuncia un sistema in grande affanno, chi può permettersi di far finta che sia solo una questione di equilibri interni?
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