IL MATTINO
Cinema
17.04.2026 - 14:49
Le luci dell’alba filtrano attraverso le fessure delle tapparelle a Tokyo quasi volessero scusarsi per l’irruzione. Hirayama si sveglia senza l’ausilio di un’eco metallica; lo fa assecondando il ritmo di una scopa che accarezza l’asfalto della strada sottostante. In quel suono si avverte già l’intera impalcatura del capolavoro di Wim Wenders, Perfect Days, ora disponibile nel catalogo di RaiPlay. Un’opera che si muove sottovoce, priva di quelle impennate drammatiche a cui il cinema contemporaneo ci ha abituati per tenerci svegli, e che proprio per questo riesce a scuoterci fin nelle fondamenta. Osservare quest’uomo che pulisce i bagni pubblici della capitale giapponese significa confrontarsi con una forma di dignità che appare quasi scandalosa ai nostri occhi occidentali, perennemente affamati di ascesa sociale e riconoscimento. Il lavoro di Hirayama viene svolto con una cura che sconfina nel sacro: ogni angolo del vetro, ogni curva della ceramica riceve la medesima attenzione che un amanuense dedicherebbe a un codice miniato. Non si tratta di semplice zelo professionale, quanto di una dichiarazione di presenza nel mondo. In un’epoca che ci vuole proiettati costantemente verso il "dopo" – il prossimo acquisto, il prossimo successo, il prossimo scroll sul telefono – Wenders ci inchioda a un presente che si basta da sé. La sociologia urbana che emerge dai vicoli di Shibuya non ha bisogno di grafici o statistiche. Si legge nei riflessi delle foglie, in quel komorebi che i giapponesi usano per descrivere la luce del sole che filtra tra i rami degli alberi. Hirayama cattura questo istante con una vecchia macchina fotografica analogica, non per esibirlo in una galleria virtuale, ma per certificare a se stesso che quella luce è esistita. Il contrasto tra la solitudine monastica del protagonista e la frenesia di una metropoli che corre verso il nulla disegna una mappa della solitudine moderna che non è mai isolamento subìto, bensì un rifugio scelto. La colonna sonora, affidata ai nastri magnetici di vecchie cassette, funge da ponte verso un’interiorità che non ha bisogno di spiegazioni verbali. Lou Reed, Nina Simone, Van Morrison non accompagnano le immagini: le abitano. Quando partono le note di Pale Blue Eyes, lo spettatore entra in una dimensione temporale sospesa, dove la distinzione tra povertà e ricchezza svanisce di fronte alla pienezza del sentire. Hirayama possiede poco, eppure cammina nel mondo con la leggerezza di chi non deve difendere alcun perimetro se non quello della propria pace interiore. Wenders evita con cura ogni trappola didascalica. La narrazione procede per accumulo di gesti minimi: l’annaffiare i piccoli germogli di acero, il sorseggiare un caffè da un distributore automatico, l’immersione rituale nei bagni pubblici a fine giornata. In questa ripetizione non risiede la noia, ma la struttura stessa della resistenza. In un mondo che celebra l’eccezionalità a ogni costo, il regista ci suggerisce che la vera rivoluzione consista nel rendere straordinario l’ordinario. Il film si apre a squarci di umanità quando la routine viene scalfita dagli altri. Una nipote in fuga, un collega pasticcione, una donna incontrata in un bar. Sono incontri che lasciano tracce lievi, come dita sull’acqua, senza mai spezzare l’armonia del silenzio che Hirayama coltiva. Proprio qui risiede la forza etica dell’opera: la capacità di guardare all’altro senza pretendere di possederlo o di cambiarlo, accettando la transitorietà di ogni legame. Guardando Perfect Days, si percepisce una critica radicale alla società del consumo e della performance, ma è una critica che non urla. Si manifesta nella scelta di un uomo che preferisce leggere Faulkner o l’amatissima Patricia Highsmith prima di dormire, spegnendo la luce proprio nel momento in cui il sonno arriva, senza l’ansia di aver perso qualcosa. La povertà materiale di Hirayama è la sua massima ricchezza spirituale, un paradosso che Wenders esplora con una sensibilità che ricorda il cinema di Ozu, maestro della staticità rivelatrice. L’impalpabilità della pellicola risiede nella sua capacità di trasformare un servizio pubblico in un atto di cura verso la comunità. I bagni di Tokyo, progettati da architetti di fama mondiale, diventano templi della civiltà dove il protagonista officia un rito quotidiano di bellezza. Vedere Hirayama sorridere mentre guarda verso l’alto, verso quelle fronde che cambiano tonalità con il passare delle ore, ci interroga profondamente sulla nostra capacità di stupore. Abbiamo ancora occhi per il komorebi o siamo troppo impegnati a guardare il riflesso di noi stessi su uno schermo nero? La conclusione del film, affidata a un lungo primo piano sulle note di Feeling Good, rimane una delle sequenze più potenti del cinema recente. Nel volto di Koji Yakusho passano la gioia, il pianto, la stanchezza e la speranza. È un compendio dell’esistenza umana che non ammette filtri. In quel pianto che si mescola al sorriso troviamo la risposta alla domanda che attraversa l’intero racconto: è possibile essere felici in un mondo che sembra aver dimenticato la gentilezza? Perfect Days non offre ricette, ma suggerisce una postura. Quella di chi sa stare al proprio posto con orgoglio, senza invidia, grato per la luce di oggi che non sarà mai quella di domani. La visione su RaiPlay permette di indugiare su questi dettagli, di fermare l'immagine sulla rugiada o sulla grana della pellicola, quasi a voler trattenere quel senso di pace che il film emana. Al termine della visione, resta addosso una sensazione di pulizia interiore, come se quel lavoro di Hirayama avesse toccato anche le nostre zone d'ombra, restituendoci al mondo un po’ più leggeri, un po’ più attenti al silenzio che precede la prossima alba.
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