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La notte d’amore è rossoblù: 330 chilometri per sentirsi vivi

Ci sono nottate in cui una parte di noi rimarrà sempre, in cui continueremo a vivere anche a distanza di anno e di chilometri. E noi, stiamo bene qui

La notte d’amore è rossoblù: 330 chilometri per sentirsi vivi

“Al termine di un viaggio per raggiungere l’amante, un uomo capisce che la vera notte d’amore è quella che ha passato in uno scomodo scompartimento di seconda classe correndo verso di lei” scriveva Italo Calvino ne’ Gli amori difficili. Lo sanno bene tutti i tifosi che ieri hanno percorso in macchina i 330 km che separano Potenza da Latina per assistere alla finale di Coppa Italia della serie C: la misura dell’amore è data quasi sempre da quello che siamo disposti a mettere in gioco (e perdere) per quell’amore e raramente da ciò che ne avremo in cambio. Ieri quei chilometri non pesavano. Non avrebbero pesato neanche se fossero stati mille, duemila. Arriviamo nei pressi dello stadio intorno alle 19:15 e la Polizia ci scorta verso l’ingresso del settore Ospiti. Parcheggiamo la macchina, indossiamo la sciarpa e lanciamo rapidamente uno sguardo intorno: sotto un cielo plumbeo, che sembra mischiarsi al colore dei palazzi diventando un tutt’uno, un fiume rossoblu cammina, canta, sorride, e si prende gioco di quelle nuvole. Ci immergiamo in quel fiume e procediamo verso lo stadio Domenico Francioni. Dopo essere entrati, l’emozione ci prende alla gola; il settore del Potenza è pieno, traboccante, e si risveglia in noi una sensazione che abbiamo dimenticato per troppo tempo: facciamo parte di qualcosa. Non c’è nessuno schermo fra noi e gli altri, nessuna interfaccia virtuale, nessuna solitudine che la rete deve mascherare. Facciamo parte di qualcosa di reale che pulsa, respira, canta, fischia, applaude all’unisono. Il calcio stanotte ci sta restituendo al presente, all’essere qui ed ora, a quell’istante denso e significativo che mette al bando il passato e ignora il futuro. Stanotte siamo solo pelle. Il primo tempo sembra non finire mai, dobbiamo difendere il 3-1 dell’andata e ogni assalto degli avversari ha una durata indefinita. Il secondo tempo vola. Al 60’ Giacomo Parigi porta in vantaggio il Latina. 1-0. Con il 2-0 andremmo ai supplementari. L’orologio corre, il Latina anche e continua ad attaccare. Cucchietti vola tra i pali. Respinge ogni tiro in porta. Siamo ancora 1-0. Nessuno se ne accorge, ma è già iniziato il recupero. Quanti minuti ha dato l’arbitro? Nessuno lo sa. Stiamo cantando, stiamo soffrendo, tutto ciò che non accade sulla nostra pelle è lontano. Il recupero non finisce mai. Tutta la panchina del Potenza si alza in piedi, sono pronti a irrompere in campo e festeggiare. Triplice fischio finale. Il Potenza ha vinto. Ci abbracciamo, gridiamo, cantiamo: siamo pelle che si mischia ad altra pelle e pulsa, qui ed ora. La squadra e il mister vengono sotto la curva e applaudono con noi, a noi, all’unica, reale, costante del calcio: i suoi tifosi. Tutto il resto è un paesaggio in continuo mutamento. Uno stadio vuoto è solo un campo in cui 22 persone fanno rotolare un pallone. Uno stadio pieno è un atto d’amore. Non ho nessuna foto di questa nottata, nessun video. Non ho mai preso il telefono dalla tasca: il virtuale non ha spazio oggi. Riscopro un’altra sensazione che avevo dimenticato: la vera emozione non si può afferrare o catturare o ritrarre, rimane solo dentro di noi. Anche se non ci sono tracce nella galleria del telefono, nessuno di noi dimenticherà neanche un secondo di questa partita o la persona con cui l’ha guardata o la gioia nel vedere la coppa al cielo. Ci sono nottate in cui una parte di noi rimarrà sempre, in cui continueremo a vivere anche a distanza di anno e di chilometri. E noi, stiamo bene qui.

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