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Il Cavallo e la Sciabola

Vittorio Feltri e la profezia del Sant' Antonio meloniano

Vittorio Feltri e la Profezia del Sant' Antonio Meloniano

Di Vittorio Feltri si può dire tutto, tranne che non conosca l'odore del sangue e quello dell'inchiostro, che poi spesso coincidono. C’è un dato che prescinde dalle tifoserie, dai salotti romani e dalle idiosincrasie progressiste: Feltri è l'unico direttore che non ha mai portato un giornale al fallimento. Non è un dettaglio da ragionieri, è un certificato di aderenza alla realtà. Mentre i soloni dell’analisi politica si perdono in astrazioni prospettiche, lui cavalca, ed è la sua passione non segreta, i cavalli, il presente con la sciabola sguainata del bastian contrario per esigenze dialettiche più che prospettiche. Non per posa, ma per istinto di sopravvivenza. È da lui, dalla sua capacità di stare sempre a cavallo della realtà come un condottiero, che matura una riflessione che oggi appare più necessaria che provocatoria. L'ultima sua sortita, quel suggerimento quasi mistico a Giorgia Meloni di votarsi a Sant’Antonio, non è la boutade di un provocatore stanco. È, al contrario, un’analisi clinica, fredda, chirurgica. Feltri sa che la Premier si trova oggi stretta in un paradosso squisitamente italiano: aver conquistato il mondo per poi rischiare di perdere l'uscio di casa. La sua sortita non è né bislacca né peregrina, semplicemente perché il "repulisti" post tornata referendaria poteva e doveva essere fatto prima, a tempo debito. Ma la Meloni aveva una missione prioritaria: doveva consolidare la sua immagine internazionale. È stato Mario Draghi a darle la campanella, non solo come atto formale, ma come viatico per essere accettata nel consesso dei grandi. In quel gesto c’era il riconoscimento di una capacità: quella di saper stare al tavolo del villaggio globale senza rovesciare il bicchiere. La Meloni si è mossa di conseguenza solo dopo, di fronte al disastro del Paese, in tutti i sensi. Il vero problema, sollevato con la consueta schiettezza da Feltri, è che al di là delle sue capacità, vere o presunte poco conta, visto che nel villaggio globale tutti trascinano tutti, la Premier si è ritrovata a guidare un esercito di anziani incapaci di decifrare il mondo. Questi uomini sono necessari per farle comprendere il "bosco e il sottobosco" del Paese, figure indispensabili per navigare nelle paludi della politica nostrana, ma risultano totalmente disutili per governarlo. È un esercito di reduci che guarda il mondo con il cannocchiale al contrario. Feltri lo sa, se non lo sa lui chi altro, e apre le danze. Il dramma non riguarda solo la destra. È una patologia sistemica che colpisce l'intero arco costituzionale. Entrambe le compagini politiche in Italia sono messe malissimo, totalmente prigioniere di correnti, affari e deviazioni di ogni genere. Mentre queste fazioni si sbranano per un centimetro di potere interno, la realtà fuori si disgrega e assume il sapore amaro della guerra e dell'ingiustizia sociale. Non siamo più di fronte alla classica dialettica politica, ma a una disintegrazione atomizzata del tessuto civile. Mentre la politica si affida ai suoi colonnelli per decifrare il bosco del potere, il Paese reale è abitato da giovani che vivono il paradosso di essere i più istruiti e i meno integrati. La classe dirigente meloniana parla una lingua arcaica, che non possiede i termini per definire il burnout sociale o la povertà lavorativa. L'erosione del ceto medio ha distrutto quella zona grigia che una volta garantiva stabilità, e le vecchie logiche del favore e della prossimità non bastano più a contenere il rancore di chi vede la realtà disgregarsi sotto i colpi di un'economia globale spietata. Vittorio Feltri, dal suo osservatorio privilegiato, osserva questa deriva con l'ironia di chi ha visto passare troppi leader per credere ancora alle rivoluzioni di velluto. Metterlo al centro di questa riflessione significa riconoscere la sua capacità di agire come un sensore sismico. Se lui invita alla preghiera o alla sortita disperata su Sant'Antonio, significa che il terreno sta mancando sotto i piedi. L'ingiustizia sociale non è più un tema da sbandierare nei comizi, è un dato di fatto che si traduce in solitudine e povertà di prospettive. La Meloni ha dimostrato di avere stoffa, ma la politica non è un soliloquio di successo internazionale. È una gestione di uomini, e se gli uomini a disposizione sono quelli che non sanno leggere la mappa del mondo contemporaneo, il destino è segnato.

La conclusione di Feltri è dunque definitiva: non si governa un incendio con una squadra di vigili del fuoco che hanno paura dell'acqua. Se la Premier non avrà il coraggio di amputare i rami secchi di questa sua gerontocrazia, schiacciata da correnti e affari di bottega, la "campanella" di Draghi non sarà stata l'inizio di un'era, ma il rintocco funebre di un'occasione sprecata. Nel villaggio globale non c'è posto per i condottieri senza cavalli, e Feltri, che i cavalli li ama e li conosce, sa bene che quando la cavalcatura è stanca e il sottobosco si fa troppo intricato, il cavaliere cade. E con lui, cade tutto il Paese.

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