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L'Università del Videonoleggio

I Sessantatre Anni del Ragazzo che ha Rapinato la Storia del Cinema

I Sessantatre Anni del Ragazzo che ha Rapinato la Storia del Cinema

Esiste un’immagine che resiste al tempo, più potente dei fiumi di sangue finto che hanno inondato i set di Hollywood negli ultimi trent’anni: un ragazzo con la mascella pronunciata e gli occhi elettrici che, dietro il bancone del Video Archives di Manhattan Beach, spiega a un cliente perché quel noir coreano mai sentito prima sia meglio di un kolossal da Oscar. Quel ragazzo non stava solo affittando VHS; stava compiendo un furto con scasso ai danni della cultura accademica. Oggi che Quentin Tarantino spegne sessantatré candeline, la sua parabola non è solo quella di un regista di culto, ma il manifesto politico di chi ha trasformato la bulimia visiva in una nuova forma di grammatica. Il cinema di Tarantino non nasce nelle aule ovattate della UCLA, dove si impara la teoria del montaggio sorseggiando caffè bio. Nasce tra la polvere dei B-movie, negli scaffali dedicati ai poliziotteschi italiani, ai film di kung-fu della Shaw Brothers e al western crepuscolare. La sua è una cultura di riporto che si è fatta avanguardia. Quando dice «prendi quei soldi e facci un film», Tarantino non sta solo dando un consiglio finanziario; sta dichiarando guerra al sistema della mediazione. Per lui, il cinema non è una disciplina da studiare, ma un muscolo da allenare guardando, masticando e, infine, vomitando immagini.

La poetica del bancone e il revisionismo etico

Entrare nel suo mondo significa accettare una scommessa: che la profondità si trovi nella superficie. I suoi dialoghi, diventati proverbiali, non sono mai funzionali alla trama nel senso classico. In Pulp Fiction, Jules e Vincent discutono del nome di un panino a Parigi; è l’estetica della chiacchiera da videonoleggio elevata a letteratura. Tarantino ha capito che l’umanità dei personaggi emerge dalle loro ossessioni banali, dal modo in cui si relazionano col pop. Ha intuito che la cultura alta e quella bassa sono state separate solo per un errore burocratico: un’inquadratura di Godard ha lo stesso peso specifico di un calcio rotante di Sonny Chiba. Questa fusione non è citazionismo per nerd, ma chirurgia storica. Se la prima parte della sua carriera è stata dedicata alla destrutturazione del genere, la maturità lo ha visto trasformarsi in un vendicatore della storia. C’è una sottile ironia, una severa analisi etica travestita da intrattenimento, nel modo in cui usa la macchina da presa per riscrivere ciò che la realtà ha sbagliato. In Bastardi senza gloria, il cinema uccide letteralmente il nazismo, dando alla settima arte il potere che la politica non ebbe. La scena del cinema che brucia, con il volto di Shosanna che ride tra le fiamme proiettate, è l’esorcismo definitivo: il nitrato d’argento diventa un esplosivo più letale della dinamite. Tarantino ci dice che se la vita è stata ingiusta, il cinema ha l’obbligo morale di essere spietato con i carnefici. In Django Unchained, la schiavitù brucia in un’esplosione catartica; in C’era una volta a… Hollywood, salva Sharon Tate dalla furia della Manson Family, regalandole un pomeriggio eterno di sole.

Il battesimo del piombo: il patto di sangue con l’Italia

Tuttavia, questa furia iconoclasta non avrebbe la stessa forza senza le radici affondate nel fango del cinema di genere italiano. Tarantino non "cita" Sergio Leone o Sergio Corbucci; lui li abita. Il suo amore per l'Italia non è la fascinazione del turista, ma la devozione del discepolo per il rito del sangue e dell'onore. Dal poliziottesco di Fernando Di Leo ha ereditato quella spietata malinconia metropolitana; dallo spaghetti western ha preso il senso della dilatazione temporale: l’attesa che precede lo sparo, quel silenzio gravido di tensione dove il sudore pesa quanto il piombo. Tarantino ha preso quel cinema "sporco e popolare" e lo ha portato al Louvre, spiegando che non c'è meno dignità in un inseguimento della Giulia Alpha Romeo che in un piano sequenza di Antonioni. In questo patto di sangue, la figura cardine è Ennio Morricone. Il rapporto tra i due è stato un corteggiamento lungo decenni, culminato nell'Oscar per The Hateful Eight. Ma la musica di Morricone, nelle mani di Tarantino, cambia pelle. Se con Leone serviva a sottolineare l'epica del silenzio e degli sguardi, con Quentin diventa un contrappunto quasi barocco, una tensione che esplode in un ambiente chiuso, claustrofobico. Tarantino usa le tracce di Morricone, spesso recuperate da film minori o "polverosi", non come semplice commento sonoro, ma come la voce stessa del destino. È una musica che ha un corpo, una grana, esattamente come la celluloide a cui il regista rimane aggrappato con la foga di un naufrago.

Il feticismo della presenza e l’ultimo atto

Arrivato alla soglia dei sessantatré anni, Tarantino appare oggi come l’ultimo dei mohicani. Il suo rifiuto del supporto digitale non è un vezzo da nostalgico, ma un atto di resistenza culturale. Mi piace il modo in cui trasforma un’inquadratura sui piedi nudi o il rumore di una sigaretta che si accende in un evento cosmico. È un feticista della presenza: ogni oggetto sul set ha un’anima. Il suo cinema è definitivo perché non ammette tiepidezze. O lo si ama come un primo amore sconsiderato, o lo si teme come un incendio in una biblioteca. L'uomo che ha dato il nome di un vecchio amico proprietario di un negozio allo sceriffo di The Hateful Eight non ha mai dimenticato da dove viene. Il suo "paradiso" era un locale seminterrato pieno di custodie di plastica e poster sbiaditi. Quella competenza che allora gli valse un lavoro da commesso, oggi gli permette di dominare l'immaginario collettivo. Si dice che il suo prossimo film sarà l'ultimo. Dieci e poi basta. È una promessa che suona come una minaccia. Tarantino vuole uscire di scena mentre la sua visione è ancora intatta, evitando la parabola discendente di molti maestri. Se così sarà, ci lascerà orfani di quell'arguzia che rende eccitante una scena di venti minuti attorno a un tavolo. Sessantatré anni fa nasceva a Knoxville un bambino che avrebbe insegnato al mondo a guardare i film non per come sono, ma per come potrebbero essere se solo avessimo il coraggio di osare. Tarantino è rimasto quel diciannovenne curioso, un autodidatta che ha rapinato la storia del cinema e poi ha distribuito il bottino a tutti noi, spettatori affamati di verità mascherate da finzione. Il suo stile resta il punto di riferimento più solido per chiunque creda ancora che una macchina da presa possa, se non cambiare il mondo, almeno vendicarlo con stile.

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