Cerca

Il Muro del Referendum e l'ipocrisia delle celle

Perché la Giustizia non può essere un sondaggio

Perché la Giustizia non Può Essere un Sondaggio

Di fronte all’esito del voto referendario sulla separazione delle carriere, l’Italia si risveglia esattamente dove si era addormentata: con un sistema penale paralizzato, un sovraffollamento carcerario che lambisce la soglia dell’inumano e una classe politica che sembra aver scambiato il diritto per un terreno di scontro elettorale. La batosta elettorale subita dal governo Meloni nel 2026 non è solo la cronaca di una riforma nata sotto i peggiori auspici, ma il segnale di una scollatura profonda tra il "Palazzo" e la realtà del Paese reale, quella che si misura nei tribunali e, soprattutto, dietro le sbarre di Rebibbia o San Vittore. Le riflessioni che giungono dal "Diario di cella" di Gianni Alemanno, figura che oggi incarna la parabola di chi, dopo aver gestito il potere, ne subisce le storture più estreme, offrono uno spaccato che non può essere ignorato. Non si tratta di condividere una traiettoria politica, ma di riconoscere un’analisi etica e sociale che va alla radice del fallimento: l’idea che la giustizia possa essere riformata a colpi di maggioranza, senza un consenso trasversale e, soprattutto, senza uno sguardo rivolto agli ultimi. Il primo dato è di natura squisitamente politica. La storia recente dell’Italia repubblicana è costellata di cadaveri eccellenti prodotti da riforme costituzionali imposte dall’alto. Da Berlusconi nel 2006 a Renzi nel 2016, fino al recente tentativo del centrodestra: il corpo elettorale ha dimostrato, ancora una volta, di percepire il quesito referendario non come un merito tecnico, ma come un plebiscito sull’azione di governo. Quando il Presidente del Consiglio decide di "metterci la faccia" alzando i toni della polemica, trasforma la riforma della magistratura in un test di gradimento. Il risultato è scontato: le opposizioni si compattano, i delusi del proprio schieramento si astengono o votano contro, e la riforma naufraga nel mare della polarizzazione. Ma il vero dramma si consuma lontano dai riflettori della campagna elettorale. Mentre la politica si accapigliava sulla separazione delle carriere, un tema astratto per la stragrande maggioranza dei cittadini, la situazione nelle carceri italiane ha continuato a precipitare. Con un tasso di sovraffollamento che tocca il 138%, il sistema penitenziario non è più un luogo di rieducazione, ma un magazzino di disperazione. Ed è qui che l’analisi si fa severa: è possibile che un Ministero della Giustizia, guidato da figure che dovrebbero conoscere profondamente la macchina del diritto, non sia stato in grado di affrontare le emergenze quotidiane, preferendo inseguire chimere costituzionali di dubbia efficacia immediata? Il fallimento del referendum rischia ora di produrre un effetto paradossale e pericoloso: l’archiviazione del tema giustizia. Se il "No" ha vinto, si potrebbe essere tentati di pensare che agli italiani la giustizia vada bene così com'è. Nulla di più falso. Il voto è stato un rifiuto del metodo e di una specifica proposta, non un’attestazione di stima verso un sistema che garantisce tempi biblici e diritti incerti. C’è una sottile ironia, quasi tragica, nel constatare come la "fuga in avanti" del governo abbia finito per danneggiare proprio coloro che della giustizia hanno più bisogno. Chi attende un parere della magistratura di sorveglianza, chi vive in celle dove lo spazio vitale è ridotto a pochi centimetri quadrati, chi aspetta un’azione penale più mirata e meno ideologica, oggi si ritrova con un pugno di mosche. La rissa politica ha oscurato i problemi concreti: la carenza di organici, la necessità di pene alternative, la sicurezza urbana intesa non come slogan ma come presidio costante. Il richiamo del Presidente Mattarella alla Polizia Penitenziaria non è stato un esercizio di retorica istituzionale, ma un monito preciso. La giustizia è un pilastro della dignità umana, non un trofeo da esporre in bacheca dopo una vittoria elettorale. Se vogliamo davvero uscire dall’impasse, serve un cambio di paradigma. Bisogna avere il coraggio di affrontare le radici storiche e sociali del crimine e della pena, uscendo dalla logica dell’emergenza permanente. Ora che il rumore della campagna elettorale si è spento, resta sul tavolo la realtà nuda e cruda. La politica deve decidere se continuare a usare la giustizia come un’arma contundente contro l’avversario di turno o se, finalmente, vuole sedersi a un tavolo per una riflessione profonda che coinvolga magistratura, avvocatura e società civile. Il rischio è che, passato il referendum, cali di nuovo il silenzio sulle carceri e sui tribunali, lasciando che il sistema continui a logorarsi dall'interno. L’Italia non ha bisogno di riforme scritte nei laboratori dei partiti, ma di una manutenzione straordinaria del senso di civiltà. Finché la giustizia resterà una materia da tifoseria, non ci saranno né vincitori né vinti, ma solo un Paese che continua a perdere pezzi della propria credibilità democratica. È tempo di farla finita con le risse e di tornare a parlare di persone, di diritti e di una pena che non sia mai privazione della dignità. Questa sarebbe la vera riforma, l'unica che non avrebbe bisogno di un referendum per essere compresa.

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Il Castello Edizioni e Il Mattino di Foggia

Caratteri rimanenti: 400

edizione digitale

Sfoglia il giornale

Acquista l'edizione