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Bruno Ganz: Il sussurro che raccontò l'Europa

Bruno Ganz: Il sussurro che raccontò l'Europa

Era il 2004 e l'Europa era unita solo a metà. L'Euro era appena nato, l'Oriente era ancora una sfocatura a Berlino e la storia faticava a cicatrizzare le sue ferite. Fu allora che Bruno Ganz, un uomo con la faccia da bibliotecario timido e il cuore di un gigante, si trovò a interpretare il ruolo che avrebbe cambiato per sempre la nostra percezione della follia. Non un monarca, non un eroe, ma il mostro in persona: Adolf Hitler. "La Caduta", il film che lo consacrò come uno degli attori più profondi del nostro tempo, non era solo una ricostruzione dei giorni finali del Terzo Reich. Era un viaggio nella mente di un uomo che aveva perso ogni contatto con la realtà, un labirinto di paranoie e allucinazioni che Ganz riuscì a rendere con una precisione chirurgica. Senza mai cadere nella caricatura, senza mai cedere alla tentazione di renderlo un mostro monocromatico, Ganz ci mostrò la banalità del male, la sua capacità di mimetizzarsi nella quotidianità e di sedurre l'intelligenza. Ma il vero segreto di Ganz non era la sua capacità di trasformarsi in un mostro. Era la sua capacità di dare voce all'umanità più profonda, anche quando questa si trovava di fronte al abisso. « Non so se sono mai stato felice» diceva in un'intervista, «Ma so che sono stato vivo». E questa vitalità, questa capacità di abitare ogni ruolo con tutta la sua essenza, lo rendeva un attore unico. A Zurigo, negli anni Sessanta, un giovane Ganz, con i capelli lunghi e la barba incolta, calcava le scene del teatro svizzero, un teatro che cercava di scrollarsi di dosso la polvere del passato e di trovare una sua voce. Ganz era un ribelle, un idealista che sognava un teatro che fosse specchio della società, che fosse in grado di raccontare le contraddizioni del suo tempo. Fu l'incontro con Wim Wenders a cambiare il corso della sua carriera. In "Il Cielo Sopra Berlino", Ganz interpreta Damiel, un angelo che decide di diventare umano per conoscere la sofferenza e la gioia dell'amore. È un ruolo che richiede una delicatezza estrema, una capacità di comunicare l'invisibile con un solo sguardo. E Ganz lo fa con una maestria che commuove. La sua interpretazione di Damiel è un omaggio alla vita, un invito a cogliere ogni attimo, a non avere paura di soffrire. E forse è proprio questa la chiave del successo di Ganz: la sua capacità di raccontare la fragilità umana, di mostrarci che anche nei momenti più bui, c'è sempre una scintilla di speranza. « Non dobbiamo avere paura della nostra vulnerabilità», diceva. «È proprio questa che ci rende umani». Ma poiché Ganz non era solo un attore di cinema, era anche un attore di teatro, un uomo che amava la scena, il contatto diretto con il pubblico, negli ultimi anni della sua vita, aveva deciso di dedicarsi a un progetto ambizioso: interpretare il ruolo di Faust in una produzione del Festival di Salisburgo. Era un ruolo che lo affascinava da sempre, un uomo che aveva venduto l'anima al diavolo per ottenere la conoscenza assoluta. Ganz ci mostrò un Faust tormentato, diviso tra il desiderio di sapere e la paura di perdere la sua umanità. Un Faust che, nonostante tutto, cercava la redenzione. E forse è proprio la ricerca della redenzione, la speranza che anche nei momenti più difficili, c'è sempre una possibilità di riscatto, il suo lascito più profondo. «Non dobbiamo mai smettere di cercare», diceva «Perché la ricerca è l'essenza della vita.»

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