IL MATTINO
L'INTERVISTA
19.03.2026 - 19:04
M. Orlando
Cosa hanno in comune la scrittura horror, lo sport e un lavoro nelle forze dell’ordine? Me lo chiedo mentre sto andando a fare la mia intervista. La prima cosa che mi viene in mente è la disciplina, intesa come la capacità di incanalare le proprie risorse per tendere ad un obiettivo ben definito. Il non disperdere tempo ed energie mirando a caso mentre spariamo le cartucce del nostro talento. Imparare a prendere la mira, a individuare il bersaglio e solo allora esplodere il colpo. La risposta però mi soddisfa a metà: qualcosa mi sfugge. Passo rapidamente in rassegna le idee e le parole che si affacciano alla mente, ma nessuna è quella giusta. Solo alla fine dell’intervista trovo quello che stavo cercando. Parlare con Marco Orlando è come parlare con una persona che abita contemporaneamente mondi diversi: la mattina è il Comandante della Polizia Locale di Avigliano, il pomeriggio Capo Allenatore della PM Volley di Potenza, nel tempo libero uno studente di giurisprudenza e uno scrittore di racconti horror.
Quando hai deciso di intraprendere la strada dei concorsi e perché nelle forze dell’ordine?
“Amo la divisa da sempre. E’ naturale che ogni formazione sociale e giuridica si organizza e gestisce mediante delle regole che sono alla base della pacifica convivenza e del reciproco rispetto delle libertà. La divisa incarna tutto questo, con tutti i fisiologici limiti della fallibilità umana. Già da quando ero piccolo guardavo con ammirazione le parate militari del 2 giugno o delle più disparate occasioni, e desideravo seguire la strada professionale di molti miei parenti che indossano una divisa. Tanto che già da neo diplomato avevo intrapreso il percorso concorsuale da allievo ufficiale della Guardia di Finanza, poi terminato per un’allergia. Poi si sa, la vita ha molte strade e spesso non tutte conducono immediatamente dove speravamo; e dopo varie curve ho deciso, nel 2020, di intraprendere i concorsi in Polizia Locale. Credo fortemente in questa Forza di Polizia Territoriale: da alcuni anni a questa parte si è profondamente innalzato lo standard professionale degli operatori del Settore, e la Polizia Locale è divenuta baluardo di prossimità e di vicinanza al cittadino, incarnando competenze disparate e specialistiche da far invidia a qualunque altra Forza dell’Ordine. Sono sicuro che il processo professionalizzante e di qualificazione sia un climax ascendente”.
Rapidamente, qual è stato il tuo cursus honorum per diventare comandante della polizia locale di Avigliano?
“Ho iniziato il mio percorso professionale in Polizia Locale come agente, vincendo 5 concorsi pubblici da istruttore di vigilanza , e facendo letteralmente la gavetta, per strada, imparando il mestiere sia dal punto di vista professionale che esperienziale. Nel contempo, l’8 settembre 2021 ho conseguito la prima Laurea, ultimando il percorso di studi iniziato anni prima ed un po' rallentato per aver sempre e comunque lavorato a tempo pieno. Ora, con soddisfazione e testardaggine, il 2 luglio p.v. conseguirò la seconda laurea, orgoglioso di poter vantare 2 titoli accademici. Ad ogni buon conto, dal 2022 ho cominciato a sostenere i concorsi come Funzionario Elevata Qualificazione, forte del titolo conseguito, e tra il fine 2022 ed inizio 2023 sono risultato vincitore in 3 procedure concorsuali di questa tipologia, scegliendo di iniziare, dal 2 gennaio 2023, il percorso professionale da Comandante della Polizia Locale di Avigliano, poi esteso nell’estate 2025 anche al Comando della Polizia Locale di Filiano. Il comando è un “luogo” solitario: le responsabilità sono enormi, spesso le decisioni soffocano il respiro, ma l’importante è creare un ambiente di lavoro produttivo e felice, così da poter contare sul sostengo dei colleghi e colleghe, e sulla stima della cittadinanza operando con trasparenza ed etica valoriale.”
E lo studio? Hai continuato anche la tua formazione?
“Beh ho un pochino anticipato la risposta, non volendo. Sì… malgrado i tempi stretti e la stanchezza costante per il delicato ruolo professionale, e sportivo, ho conseguito un mini master professionalizzante Valore PA presso L’Università degli Studi di Basilicata, da 5 crediti formativi, nella “Leadership presso la Pubblica Amministrazione”, ma soprattutto conseguirò, presumibilmente nella data del 2 luglio p.v. una seconda laurea magistrale con tesi dal titolo “ LA RESPONSABILITA’ OGGETTIVA NEL DIRITTO PENALE: DALLE IPOTESI TRADIZIONALI ALLE NUOVE SFIDE DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE”. Questo secondo titolo accademico è stato un percorso profondamente sacrificante, ma che relaziono con orgoglio, perché frutto di sforzo personale e stima da parte della mia famiglia e dei miei amici che sono sempre modello da seguire e porto di conforto.
Parallelamente a questa vita, ne corre un’altra. Questa è in divisa, ma anche l’altra a suo modo ne richiede una. Sei allenatore di una squadra di pallavolo. Raccontami il tuo primo incontro con la pallavolo.
“Esattamente, e la mia vita sportiva è tra le cose più preziose che ho, fonte e motivo di enorme gioia e tristezza. Ho incontrato la pallavolo durante un torneo scolastico, in secondo superiore… notato da un allenatore che mi ha trascinato sui campi. Da giocatore ho militato in Serie C e Serie B nazionale con una carriera breve ma divertente. Tuttavia nel 2011 ho intuito che probabilmente dovevo propendere per l’insegnamento. Ho iniziato la mia carriera come allenatore, prima come assistente in Serie C e Serie B ed in selezione regionale, poi come Capo Allenatore in varie categorie. La vita sportiva mi ha regalato gioie immense, e tristezze profonde; mi ha fatto maturare, mi ha temprato come uomo e ha limato il mio carattere e i miei difetti, mi ha spinto verso la riflessione e l’introspezione. Guidare gli altri mi ha insegnato ad empatizzare, a calarmi nei panni altrui, mi ha dato moltissimo anche per la mia esperienza professionale. La pallavolo ha condizionato la mia vita e lo dico con fierezza: ciò che sono oggi lo devo allo sport, con tutti i limiti e i difetti, e non ho rimpianti.”
Da giocatore ad allenatore, perché? O meglio, perché proprio questo sport e non un altro?
“La pallavolo è uno sport rivoluzionario: trattasi del campo con la più alta densità di persone per metro quadro. 81 metri quadri per 6 persone, 7 se consideriamo il libero, (e di stazza non piccola eh). Uno sport in cui la palla non si può bloccare ma deve essere giocata di rimbalzo, con una difficoltà incredibile nel gesto tecnico. Uno sport dove è praticamente raro, se non impossibile (eccezion fatta per il muro e la battuta) dove un giocatore faccia punto da solo, senza un compagno che imposti l’azione ed un altro che gli passi la palla. Uno sport dove dopo ogni set, vinto o perso che sia, tutto riparte da zero e i giochi si riaprono senza dar peso a ciò che è appena avvenuto. Insomma… nessuno si salva da solo e l’importante è rialzarsi sempre perché il gioco ti pone sfide continue: se questo sport non è la metafora più bella e diretta della vita, non saprei trovare altri esempi. E’ tutto semplicemente meraviglioso ed una squadra che vince si comporta come un’orchestra che suona una sinfonia perfetta”.
Quanti e quali titoli ha vinto con la tua squadra?
“Beh insomma, non per essere autocelebrativo, ma di acqua ne è passata sotto i ponti. Diciamo che ho militato in diverse squadre, soprattutto femminili, e, tralasciando i moltissimi titoli giovanili vinti nei campionati regionali under 14, 16, 18 e 19 diciamo che ricordo con particolare soddisfazione la vittoria della Serie D regionale nell’anno 2018/2019 e la vittoria della Coppa Italia nell’anno 2021/2022. Ho conseguito due salvezze nel campionato Nazionale di Serie C Pugliese nelle stagioni 2022-2023 e, nell’anno sportivo appena passato 2024/2025, abbiamo fatto un percorso eccezionale centrando la promozione diretta in Serie C campana con la vittoria del Campionato Regionale, vincendo altresì la Coppa Campania Regionale ad Avellino, la SuperCoppa Campania Regionale a Napoli e la Coppa Basilicata a Rionero. Sono stato membro della Selezione Regionale Femminile Basilicata partecipando a 2 Trofei delle Regioni in Abruzzo ed in Friuli Venezia Giulia ed ho condotto la squadra di club alla Supercoppa del Sud in Molise, vincendo il premio come miglior società CONI nell’anno 2024/2025. Speriamo di centrare l’obiettivo salvezza anche quest’anno nel delicato campionato interregionale di Serie C Campania.
Potremmo fermarci qui con il racconto del tuo lavoro e delle tue passioni. Ma so che ce n’è un’altra: la scrittura. Quando hai cominciato e cosa scrivi?
“La scrittura è un hobby bellissimo, a volte abbandonata ed a volte coltivata intensamente. Ho cominciato da quando ho memoria; mi piaceva moltissimo scrivere sin da piccolo, e non mi pesava affatto fare i temi di italiano o i riassunti assegnati a casa. Leggo e scrivo da sempre… con particolare dedizione e passione verso i racconti thriller, horror e noir. Sono un amante delle atmosfere gotiche, dei racconti folkloristici popolari. Credo che l’Italia sia un bacino inesauribile di leggende che fondono tradizioni ancestrali e trame immaginarie. Le parole, inoltre, per citare un celebre libro/film, sono la più profonda forma di magia: possono alleviare il dolore o causarlo, possono formare sogni o spronare a raggiungere desideri e traguardi. Fondere tutto questo è stimolante ed eccitante, creando storie particolari.”
Hai mai mandato i tuoi racconti a qualche concorso letterario? E qual è stato l’esito?
“Si, nel 2011 e 2012 ho partecipato a due contest letterari horror dal titolo “300 Parole per un incubo” e “Un natale da horror”. Nel primo concorso ho realizzato un buon piazzamento con “Il popolo della collina”, mentre ho vinto il secondo con “Il Regalo di Natale del Piccolo Jimmy”, che è stato anche pubblicato in ebook. Devo rivelare che ho un libro pronto, nel cassetto, dal titolo “La memoria del corvo”…. Parla di leggende popolari e trame soprannaturali, tra nebbie e montagne e indagini al limite della razionalità. Prima o poi troverò il coraggio di pubblicarlo.
Chi è per te il maestro dell’horror?
“Se devo pensare al 'Maestro', la mia è una risposta a tre livelli. Non posso prescindere da Stephen King, il re indiscusso che ha saputo portare l’orrore nelle case di tutti noi, rendendo spaventoso anche l’oggetto più quotidiano. Al contempo, resto affascinato dalle radici cosmiche di H.P. Lovecraft, che ha insegnato al genere come evocare il terrore verso ciò che non possiamo comprendere. Spostandoci in Italia, il mio riferimento è Valerio Evangelisti: con il suo ciclo di Eymerich ha creato un horror storico e psicologico unico, capace di mescolare inquisizione e incubi moderni con una potenza visionaria raramente vista altrove. Per me, il vero maestro è chi, come loro, non si limita a spaventare, ma riesce a ridefinire i confini della nostra immaginazione."
Il tuo libro horror preferito?
“Indicare un singolo titolo sarebbe un’operazione limitativa. Ogni testo cardine del genere non è solo una storia, ma un’esperienza fenomenologica a sé stante: l’horror è una grammatica del perturbante che si evolve con il lettore. In quest'ottica, non si può prescindere dalla produzione di Stephen King, ma non per una banale questione di popolarità, quanto per la sua capacità quasi sociologica di mappare le nevrosi del ventesimo secolo attraverso la decostruzione della memoria traumatica. Tuttavia, il genere è un organismo vivo che continua a mutare. Penso a un’opera recente come 'Teddy' di Jason Rekulak, che ha saputo scalare le classifiche non solo per la trama, ma per come ha saputo ibridare il linguaggio letterario con quello visivo, trasformando il libro stesso in un oggetto perturbante. Ogni grande opera è un tassello di una mappa dell'ombra collettiva; scegliere un solo libro significherebbe negare la ricchezza di questo dialogo continuo tra classicità e sperimentazione contemporanea."
Alla fine dell’intervista, mentre sto tornando a casa, mi chiedo di nuovo: cosa hanno in comune la scrittura horror, lo sport e un lavoro nelle forze dell’ordine? Sicuramente la disciplina, il riconoscere che senza ferree regole nessun atto, creativo o produttivo, è possibile: questo vale per le parole da scegliere quando scriviamo, per i movimenti in campo che un atleta deve eseguire, per un lavoro di pubblica sicurezza. Ma c’è anche altro e adesso mi è chiaro: il nostro lato oscuro. Quell’ombra che ognuno di noi porta dentro di sé e che emerge nei momenti di solitudine. Uno scrittore, un allenatore, un comandante sono per definizione soli e, presto o tardi, sono costretti a fare i conti con la propria ombra e a capire che la scelta di cosa farne è solo nostra: temerla e renderla un mostro, il solo, che può sabotarci e trascinarci al fallimento o attraversarla e portarla alla luce, facendone una bussola che ci guida quando attraversiamo i lati oscuri degli altri, che siano lettori o giocatori o la comunità di cui facciamo parte, insegnando anche a loro a non temerla. Ecco cosa stavo cercando. Ma la risposta l’aveva già data Stephen King anni fa: I mostri sono reali, vivono dentro di noi e, a volte, vincono. A volte, ma non sempre.
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