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Il corpo a corpo di Salinger con il proprio mito

Il giovane Holden tra le trincee

Il giovane Holden tra le trincee

In "Rebel in the Rye" (Ribelle nel fango) c'è un momento preciso in cui la scrittura smette di essere un’ambizione accademica e diventa una questione di sopravvivenza. Non è tra le mura ovattate della Columbia University, ma nel fango gelido delle Ardenne. Lì, tra il sibilo dei proiettili e le grida dei compagni caduti, Jerome David Salinger non sta solo combattendo una guerra mondiale; sta dando alla luce, con un parto violento e traumatico, quel sedicenne in cappotto rosso che avrebbe cambiato per sempre la letteratura del Novecento.

Un ritratto in chiaroscuro

Il film di Danny Strong sceglie di non assecondare il misticismo del "grande eremita" di Cornish, preferendo invece scrostare la vernice dal mito per rivelare l’uomo. Il Salinger cinematografico è un giovane animato da un'arroganza quasi insostenibile, una corazza necessaria per proteggere una sensibilità che sconfina nel patologico. È un ragazzo che cerca ossessivamente la "voce", quel timbro autentico che lo distingua dai "falsi" (i phonies) che già allora vedeva ovunque, finché la realtà non decide di alzare il volume in modo assordante. Il passaggio cruciale del film non è la pubblicazione de Il giovane Holden nel 1951, ma il processo di distillazione del dolore. Vediamo Salinger scrivere tra i cadaveri, proteggendo i suoi manoscritti come fossero l'unica parte sana di un mondo andato in pezzi. È qui che il ritratto si fa intenso: la scrittura non è un dono, è una condanna e, contemporaneamente, l'unico esorcismo possibile per un disturbo post-traumatico da stress che lo accompagnerà per sempre.

L'ascesi e il silenzio

Salinger emerge dalla pellicola come un uomo che ha guardato troppo a lungo nell'abisso e ha deciso che il mondo "là fuori" non meritava più le sue parole. Il rapporto con il mentore Whit Burnett è la bussola del film, ma è la solitudine finale a definirne l'essenza. Il film ci restituisce un Salinger che non fugge per viltà, ma per una forma suprema di coerenza etica. Per lui, pubblicare significa esporsi al giudizio di chi non può capire, alla mercificazione di un'anima che ha trovato la pace solo nel silenzio della meditazione e nell'isolamento dei boschi del New Hampshire. "Rebel in the Rye" non è solo il biopic di uno scrittore; è l'analisi severa di come il successo possa diventare una prigione più stretta di una trincea. Salinger ne è uscito scomparendo, lasciandoci un'eredità che non smette di interrogarci: si può essere scrittori senza essere personaggi? La risposta, ironica e amara, rimane sigillata dietro la staccionata di Cornish.

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