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L'ultimo custode della ragione: Jurgen Habermas e il tramonto dell'illuminismo critico

L'ultimo custode della ragione: Jugen Habermas e il tramonto dell'illuminosmo critico

Il mondo intellettuale si risveglia oggi più silenzioso, orfano di una voce che per oltre mezzo secolo ha preteso, contro ogni evidenza contraria, che la democrazia potesse ancora essere un esercizio di ragione. Jurgen Habermas si è spento, portando con sé l'ultima,  tenace utopia della Scuola di Francoforte: l'idea che, attraverso il linguaggio e il confronto pubblico, gli esseri umani possano davvero intendersi, superando le rovine della storia. È difficile toccare il bilancio di una vita che ha coinciso, quasi per intero, con la ricostruzione morale della Germania e dell'Europa. Nato a Dusseldorf nel 1929, Habermas ha portato sulla pelle il trauma di una nazione che aveva smarrito la propria anima. Mentre il mondo correva verso la tecnica e il profitto, lui ha scelto la strada, apparentemente polverosa, dell'etica della comunicazione. Non cercava risposte facili, si ostinava a scavare nelle radici profonde e spesso dimenticate dei conflitti sociali, cercando di ricomporre il senso di un'epoca frammentata. La sua opera non è stata una torre d'avorio, ma un cantiere aperto. Dalla celebre "Storia e critica dell'opinione pubblica" fino ai volumi dell'agire comunicativo, Habermas ha edificato una cattedrale di pensiero dove la politica non è mai ridotta a pura lotta per il potere, ma è intesa come spazio sacro del discorso. Questa visione si è trasformata, nell'ultimo ventennio, in una battaglia instancabile per il destino dell'Unione Europea. Habermas non ha mai visto l'Europa come un mero accordo contabile tra stati, ma come laboratorio possibile in cui una sovranità post-nazionale potesse legittimarsi attraverso la ragione condivisa. Ha speso le sue ultime energie intellettuali per ammonire contro il ritorno di nazionalismi che, a suo avviso, rappresentavano non solo un regresso politico, ma un tradimento etico verso la storia del continente. La sua prosa, densa ed esigente, è stata lo specchio di questa fatica: una scrittura che non disdegnava la severa analisi etica, intrisa di una sottile, amara ironia verso i tempi brevi e superficiali della politica moderna. Ci mancherà la sua ostinazione, Habermas era il convitato di pietra in ogni discussione pubblica europea; la sua presenza fisica, spesso discreta, pesava quanto un trattato filosofico. Era l'uomo che ricordava alle istituzioni, spesso distratte, che la legittimità di una legge non sta nella forza di chi la promulga, ma nella qualità della discussione che l'ha resa possibile. Oggi, mentre il dibattito si riduce a urla sui social e a semplificazioni populiste, la scomparsa di Habermas suona come un avvertimento. Con lui non se ne va solo un gigante del pensiero, ma l'ultimo credente in "una fede razionale" capace di tenere insieme l'unanimità. Ci lascia il compito, forse disperato ma necessario, di non smettere mai di parlare, di discutere, di provare a intenderci. Anche quando, come oggi, le parole sembrano non bastare più 

Nota a piè di pagina 

Le riflessioni di Habermas sulla crisi della democrazia, incentrate sull'erosione dello spazio pubblico, risultano profetiche nel contesto degli attuali equilibri europei, dove la polarizzazione digitale sembra avere definitivamente compromesso la possibilità di quell'"agire comunicativo" che egli considerava il pilastro di ogni reale integrazione politica. Per la prossima generazione, l'eredità di Habermas risiede in questo monito: la capacità di ripristinare una sfera pubblica non ostaggio degli algoritmi,  condizione necessaria per impedire che il progetto di un'Europa unita si sgretoli in una somma di risentimenti nazionali.

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