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Enrica Bonaccorti: il rigore del talento e l'etica del dolore. Dalla poesia per Modugno all'urgenza della verità: addio alla signora della parola che ha trasformato la fragilità in un atto civile

Enrica Bonaccorti: il rigore del talento e l'etica del doloreDalla poesia per Modugno all'urgenza della verità: addio alla signora della parola che ha trasformato la fragilità in un atto civile.

Si è spenta a Roma Enrica Bonaccorti, 76 anni, intellettuale prestata allo schermo che ha attraversato il costume italiano  con la lama affilata di un'eleganza mai compiacente. Non è stata solo la conduttrice che ha inventato il pomeriggio degli italiani; è stata prima di tutto, una creatrice di mondi, capace di muoversi tra la polvere del palcoscenico e il cinismo della diretta televisiva con una coerenza che non concedeva sconti, neppure a se stessa. Le radici della sua parabola artistica affondano in una scrittura che non è mai stata semplice ornamento. Dietro uno dei capisaldi della musica italiana, "La Lontananza", c'è la sua penna di ventenne. Il sodalizio con Domenico Modugno, nato nel 1970, non fu un semplice incontro professionale, ma una collisione di visioni: la Bonaccorti distillava sentimenti in versi che il "Mimmo nazionale" interpretava con la forza del vento, sfuggendo il sentimentalismo per abbracciare una malinconica asciutta, letteraria. Questa densità ha trovato sbocco nella sua produzione di scrittrice, dove ha smesso i panni della " padrona di casa" televisiva per indossare quelli della sociologa dei sentimenti. Romanzi come "La pecora nera" o "Condominio addio" non sono intrattenimento leggero, ma microcosmoi in cui la Bonaccorti seziona le le ipocrisie borghesi con una sottile ironia e una severa analisi etica, cercando sempre di rintracciare le radici storiche dei comportamenti umani. Negli ultimi anni, la sfida non è stata più con lo share, ma con la carne. Colpita da prosopagnosia - l'incapacità di riconoscere i volti, un paradosso crudele per chi ha vissuto d'immagine - e successivamente da un devastante intervento a cuore aperto con otto bypass, e infine da un tumore al pancreas, la Bonaccorti ha scelto la via della trasparenza totale. Non ha cercato il conforto del silenzio, né il facile clamore del pietismo. Ha descritto la sua malattia e la complessa riabilitazione con un distacco quasi chirurgico. Una cronaca di guerra personale che ha trasformato il decadimento fisico in un manifesto di dignità. Ha raccontato il dolore non come fine, ma come radice di una nuova consapevolezza, affrontanto il declino con la stessa schiena dritta con cui, nel 1988, smascherò una truffa in diretta televisiva per puro imperativo morale. Se ne va una donna che ha saputo essere popolare rimanendo aristocratica nello spirito, una giornalista dei sentimenti che ha sempre preferito la scomodità di una verità nuda al conforto di una bugia patinata. La sua eredità non risiede solo nei programmi che hanno fatto la storia del costume, ma in quella rara capacità di abitare la verità. Un esempio di arte che non si ferma alla superficie,  ma che cerca ostinatamente di spiegare l'umano attraverso l'etica della responsabilità. 

1L'apprendistato intellettuale della Bonaccorti si consuma tra le assi del teatro d'avanguardia degli Anni '70, dove, sotto l'egida di Paola Borboni, forgia quel rigore scenico che traslerà poi nel mezzo televisivo. Questa stessa disciplina nutrirà la sua attività pubblicistica dove le sue riflessioni, mai banali riassunti ma analisi innevate di una severa etica, diverranno un punto di riferimento per chi cerca un'informazione che sappia andare oltre la superficie dei fatti.

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