IL MATTINO
Economia
12.03.2026 - 11:57
C'è una parola che fino a pochi anni fa apparteneva quasi esclusivamente al lessico ambientale: desertificazione. Oggi, con inquietante precisione, descrive un fenomeno economico e sociale che attraversa l'Europa e l'Italia in modo silenzioso ma costante ed è la desertificazione bancaria. La chiusura progressiva degli sportelli fisici, soprattutto nelle aree interne, nei piccoli comuni e nei quartieri meno redditizi della città, non è solo una scelta industriale. È un atto che ridisegna i rapporti di potere, l'accesso ai diritti e la vita quotidiana di milioni di persone. Il contesto globale è noto e spesso invocato come giustificazione. Margini sempre più compressi, tassi d'interesse altalenanti, concorrenza delle fintech, costi di struttura elevati, normative stringenti. In un mercato finanziario globale instabile e ipercompetitivo, la banca tradizionale cerca di alleggerirsi, di diventare "snella", "digitale", scalabile. Lo sportello fisico diventa una voce di costoda tagliare un retaggio del passato, un'infrastruttura ritenuta inefficiente.
Dal punto di vista dei bilanci, il ragionamento fila. Dal punto di vista della società, molto meno. Perché il denaro, per quanto smaterializzato, non è un concetto astratto, da qui l'esigenza di un posto fisico in cui poterlo discutere e negoziare. Un posto, strumento concreto, quotidiano, che incide sulla possibilità di pagare una bolletta, ritirare una pensione, chiedere un chiarimento, risolvere un errore. La sparizione degli sportelli non colpisce tutti allo stesso modo. Colpisce soprattutto chi non ha alternative: anziani, persone con basso livello di istruzione digitale, cittadini economicamente fragili, piccoli risparmiatori. Classi sociali che non possono permettersi consulenti privati, smartphone di ultima generazione o connessioni affidabili. C'è un paradosso che raramente viene esplicitato: in una società in cui il contante è progressivamente scoraggiato, se non apertamente demonizzato non è comunque possibile "tenere i soldi sotto il materasso ". Il sistema impone la tracciabilità, il deposito, l'intermediazione bancaria. Ma allo stesso tempo ritirare la sua presenza fisica dai territori. Si chiede fiducia a chi viene lasciato solo. Si impone una relazione digitale a chi non possiede gli strumenti culturali e cognitivi per sostenerla.
Per una popolazione sempre più anziana, il passaggio forzato ai dispositivi digitali non è una semplice evoluzione tecnologica: è una frattura. L'app bancaria, il token, l'autentificazione a due fattori, le password che scadono, i linguaggi criptici delle interfacce non sono neutri. Sono barriere. E quando l'alternativa fisica scompare, l'errore non è più recuperabile con una visita allo sportello, ma diventa fonte di ansia, di esclusione, talvolta di rinuncia. Molti smettono semplicemente di fare operazioni che li mettono in difficoltà. Altri delegano, esponendosi a rischi di abuso. Altri ancora restano intrappolati in un sistema che non capiscono ma da cui non possono uscire.
La desertificazione bancaria ha anche un impatto territoriale profondo. Un paese senza sportelli bancari è un paese che perde attrattività, servizi, relazioni. Lo sportello non era solo un luogo di transazione, ma un presidio, un punto di orientamento, di mediazione, talvolta di ascolto. La sua chiusura accellera lo svuotamento delle aree fragili, rafforza la centralizzazione urbana, aumenta le disuguaglianze geografiche. È un processo cumulativo: meno servizi portano a meno residenti, meno residenti giustificano ulteriori tagli.
Il problema non è la tecnologia in sé, né la necessità di adattarsi a un mondo che cambia. Il problema è l'asimmetria con cui questo cambiamento è scaricato sui cittadini. L'innovazione, quando non è accompagnata da inclusione, diventa selezione. E la finanza, più di altri settori, dovrebbe ricordare di svolgere una funzione pubblica, anche quando è privata. Parlare di desertificazione bancaria significa allora parlare di diritti non di nostalgia. Del diritto all'accesso, alla comprensione, alla dignità economica. In un'epoca di incertezza globale, in cui il mercato chiede velocità e flessibilità, la vera fragilità non è quella delle banche che chiudono gli sportelli, ma quella di un sistema che rischia di perdere il contatto con la realtà sociale che dovrebbe servire. Perché un deserto, alla fine, non è solo un vuoto: è il risultato di scelte precise, ripetute, e difficili da invertire.
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