IL MATTINO
Cultura
12.03.2026 - 10:02
Il ritorno di Magliano sul piccolo schermo con la la fiction "Le libere donne: non è solo un'operazione di memoria televisiva, ma un viaggio a ritroso in un'Italia che ha cercato a lungo di nascondere i propri specchi infranti. La serie Rai sceglie di abitare il crinale sottile tra la cronaca medica e il mélo, dando volto e voce a quelle creature "interrotte" che Mario Tobino descriveva con la precisione di un chirurgo e la devozione di un confessore. Eppure, dietro la pagina necessaria alla narrazione popolare, rimane l'architrave di un'opera che non è un referto, ma un corpo a corpo con l'invisibile.
Leggere oggi Tobino significa immergersi in un'informazione che non si ferma alla superficie, ma scava nelle radici storiche di un'istituzione totale. Tra le mura dell'ex convento lucchese, il confine tra la ragione e l'oscurità non era una linea retta. Per lo scrittore-medico, il manicomio rappresentava un paradosso: un luogo di reclusione che era al tempo stesso, l'ultimo rifugio possibile. Lui vedeva nelle sue " libere donne" una purezza tragica, una condizione umana che la società esterna, con la sua "normalità" ipocrita, non avrebbe mai saputo accogliere se non calpestandola. La sua scrittura, venata di una sottile ironia e di una severa analisi etica, ci restituisce pazienti che sono creature feroci e dolcissime, perdute in un eterno presente.
Questa visione si scontra frontalmente con il grande "scisma" della psichiatria del Novecento: il duello ideale tra Mario Tobino e Franco Basaglia. Laddove il primo rivendicava la necessità di un giardino cintato per proteggere la "follia-poesia", il secondo urlava che il manicomio era un lager da abbattere per restituire ai malati lo status di cittadini. Se Basaglia accettava il rischio del caos in nome della dignità civile, Tobino temeva che la chiusura dei cancelli avrebbe significato l'abbandono dei più fragili alla solitudine delle strade. È uno scontro tra due diverse forme di pietas: una che accudisce nel segreto delle mura e l'altra che libera nel vento della democrazia. La fiction opera inevitabilmente una trasformazione di questo materiale incandescente. Il Tobino televisivo appare spesso come "un buon pastore" in lotta contro un sistema ottuso, semplificando la figura reale dello scrittore che era, invece, un uomo profondamente legato alla tradizione del manicomio. Se la TV umanizza il dolore per renderlo comprensibile allo spettatore contemporaneo, la pagina scritta di Tobino rimane più spigolosa e autentica, ricordandoci che la cura non è solo una questione di riforme legislative, ma uno sguardo che sappia riconoscere l'umano anche nel buio più fitto delle corsie
Oltre il cancello: altri sguardi sulla commedia umana
Per chi volesse proseguire questo viaggio tra diagnosi e narrazione, esplorando autori che hanno saputo osservare l'uomo con la stessa lente acuta e talvolta amara di Tobino vale la pena riscoprire Ennio Flaiano e Andrea Vitali. Ennio Flaiano è maestro d'ironia che serve per decifrare l'assurdo. Come Tobino, Flaiano non si ferma alla superficie dei fatti, ma ne analizza le radici sociali con una severità etica mascherata da cinismo illuminato. Andrea Vitali invece è un medico di provincia che si trasforma in cronista. Nelle sue storie, il camice diventa lo strumento per accedere ai segreti di una comunità, raccontando le piccole e grandi follie quotidiane con un ritmo che deve molto alla lezione della grande narrativa del Novecento.
Nota biografica:
Mario Tobino (Viareggio, 1910 - Agrigento 199) è stato uno dei più significativi scrittori - medici del Novecento italiano. Psichiatra di professione, diresse per lunghi anni il manicomio di Magliano in provincia di Lucca, trasformando la sua esperienza clinica in una poetica della sofferenza e della verità. La sua opera è una testimonianza fondamentale sulle contraddizioni dell'animo umano e sul tormentato superamento degli istituti totali.
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