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Lavoro e immigrazione, nel 2025 un nuovo assunto su 4 non è italiano: boom in Basilicata

Negli ultimi otto anni (2017-2025) le entrate nel mercato del lavoro degli immigrati sono cresciute del 140 per cento a livello nazionale. Ancora più marcato l’aumento in Basilicata, dove - come precisato dalla Cgia di Mestre - il dato segna un più 306 per cento

Lavoro e immigrazione, nel 2025 un nuovo assunto su 4 non è italiano: boom in Basilicata

Cresce a ritmo sostenuto la presenza di lavoratori stranieri nel mercato del lavoro italiano. Nel 2025, secondo le rilevazioni della CGIA di Mestre, le assunzioni previste di immigrati sono 1 milione e 360mila, pari al 23% del totale: in pratica, un nuovo assunto su quattro non è italiano. Il balzo rispetto al periodo pre-Covid è netto: confrontando i dati con il 2019, il numero assoluto di ingressi è più che raddoppiato. Negli ultimi otto anni (2017-2025) le entrate previste nel mercato del lavoro degli immigrati sono cresciute del 140% a livello nazionale. Ancora più marcato l’aumento in Basilicata, dove il dato segna un +306%. Seguono il Trentino-Alto Adige (+237%) e l’Umbria (+190%). Analizzando il solo 2025, la quota più alta di assunzioni di lavoratori stranieri si registra in Trentino-Alto Adige (31,5%), davanti a Emilia-Romagna (30,6%) e Lombardia (29,2%), a fronte di una media italiana del 23,4%. A livello provinciale, Prato guida la classifica per incidenza percentuale di ingressi previsti di immigrati nel 2025 (55,5%), seguita da Gorizia e Piacenza (entrambe al 39,7%), Matera (36,4%) e Bolzano (35,1%). In termini assoluti, l’area con il maggior numero di assunzioni previste è Milano (141.790), davanti a Roma (96.660) e Verona (42.000).

I settori trainanti

I comparti che assorbono più manodopera straniera sono quelli dove la domanda resta strutturalmente elevata. In agricoltura quasi la metà delle assunzioni previste riguarda lavoratori immigrati (42,9%). Quote rilevanti anche nel tessile-abbigliamento-calzature (41,8%) e nelle costruzioni (33,6%), mentre pulizie e trasporti si attestano al 26,7%. Per numero assoluto di ingressi, la ristorazione è al primo posto con 231.380 assunzioni tra cuochi, aiuto cuochi e lavapiatti. Seguono i servizi di pulizia (137.330 lavoratori) e l’agricoltura (105.540). Secondo la Fondazione Leone Moressa, i lavoratori dipendenti extracomunitari in Italia sono poco meno di 2,2 milioni. Le regioni con la maggiore incidenza sono Emilia-Romagna (17,4%), Toscana e Lombardia (entrambe al 16,6%).

Non “mestieri etnici”, ma distribuzione settoriale

Quando si parla di lavoro e immigrazione, ricorre spesso l’idea di “comunità specializzate” in determinati mestieri. Una lettura che, come sottolinea la Cgia, non trova riscontro nelle classificazioni ufficiali, che distinguono per cittadinanza o area geografica di provenienza, non per etnia. Non esistono quindi dati che colleghino presunte caratteristiche culturali a specifiche professioni. Ciò che emerge, piuttosto, è una diversa distribuzione nei settori economici. I lavoratori provenienti dall’Europa dell’Est sono molto presenti nell’assistenza familiare e nel lavoro domestico, ambiti cruciali per il sistema di cura italiano. Le persone originarie del Nord Africa trovano più spesso impiego nell’edilizia, nell’agricoltura e nella logistica, comparti caratterizzati da una domanda costante di manodopera e da attività manuali o stagionali. Dall’Asia meridionale, in particolare da India, Pakistan e Bangladesh, proviene una quota significativa di addetti all’agricoltura, all’allevamento, alla ristorazione e al piccolo commercio. I cittadini cinesi sono concentrati nel commercio, nella manifattura tessile e dell’abbigliamento e nella ristorazione, settori in cui nel tempo si sono consolidate reti imprenditoriali. I lavoratori filippini, infine, sono presenti soprattutto nei servizi domestici e alla persona. Secondo la Cgia, queste dinamiche non riflettono “vocazioni” etniche, ma fattori concreti: reti migratorie che favoriscono l’ingresso nello stesso tipo di occupazione, domanda locale di lavoro, difficoltà linguistiche iniziali, mancato riconoscimento dei titoli di studio conseguiti all’estero e politiche di regolarizzazione spesso concentrate su specifici settori.

Un contributo strutturale all’economia

Gli stranieri non rappresentano più una presenza marginale o temporanea. Oltre a colmare la carenza di manodopera in agricoltura, edilizia, logistica, assistenza domestica e cura degli anziani, contribuiscono in modo significativo al sistema previdenziale. Pagano tasse e contributi come tutti i lavoratori e, essendo mediamente più giovani, usufruiscono meno di pensioni e prestazioni sociali, generando un saldo positivo tra quanto versato e quanto ricevuto. Cresce anche il numero di imprese guidate da cittadini immigrati, che a loro volta creano occupazione e valore aggiunto. “In definitiva – conclude la Cgia – il mercato del lavoro italiano mostra processi di adattamento e opportunità, non specializzazioni etniche”. Una lettura che aiuta a comprendere il contributo reale dei lavoratori stranieri all’economia nazionale e a superare stereotipi ancora diffusi.

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