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Patrizia Daddario, la Cassandra che nessuno volle ascoltare

Patrizia Daddario, la Cassandra che nessuno volle ascoltare

C’è un tempo in cui le storie scandalose fanno sorridere, e un altro in cui tornano come atti d’accusa. Il libro di Patrizia Daddario: "Gradisca, Presidente" edito da Kaos edizioni nel 2009, appartiene a entrambe le stagioni.
All’epoca fu archiviato come memoir pruriginoso, oggi, alla luce di ciò che continua ad emergere attorno al caso Jeffrey Epstein, suona come un documento anticipatore, quasi profetico.
Non è solo il racconto di una donna che entra nei palazzi del potere attraverso la porta secondaria del desiderio. È il resoconto di un sistema. E qui sta la differenza tra il pettegolezzo e la cronaca.

Il libro che fece scandalo (ma non abbastanza)

Quando uscì, il volume della Daddario fu letto prevalentemente come un atto di accusa personale, un regolamento di conti mediatico, un’operazione editoriale figlia del momento politico. In realtà, riletto oggi, mostra un’altra natura: quella di un testo che intercetta la fragilità strutturale delle élite quando il potere si intreccia con l’impunità.
Lo stile è diretto, a tratti ruvido, lontano dalla prosa letteraria ma vicino alla confessione.
Non cerca eleganza,cerca testimonianza. Ed è proprio questa nudità narrativa a renderlo potente. La Daddario non si presenta come eroina né come vittima pura; si colloca in una zona grigia, dove ambizione, bisogno, ingenuità e calcolo convivono. È una voce che si espone e, così facendo, espone.

Il potere come abitudine

Il filo rosso del libro non è il sesso, ma l’assuefazione. L’assuefazione al privilegio, alla discrezione garantita, al silenzio comprato o imposto. L’autrice descrive un mondo in cui l’eccezione diventa norma: inviti riservati, ville appartate, telefonate che aprono porte. Non c’è bisogno di forzare la realtà; basta accettarla così com’è.
E qui il parallelismo con i grandi scandali internazionali, oggi al centro dell’attenzione globale, diventa inevitabile. Il caso Epstein ha mostrato come le reti di potere possano proteggersi per anni grazie a relazioni trasversali, complicità tacite e convenienze reciproche. Il libro della Daddario, pur in un contesto diverso e con protagonisti differenti, raccontava già la stessa dinamica: la normalizzazione dell’inaccettabile quando a praticarlo sono uomini influenti.

La solitudine di chi parla

C’è un passaggio, nel libro, che oggi risuona più forte: la sensazione di isolamento. Quando una donna racconta ciò che ha visto, il primo riflesso collettivo è mettere in discussione lei, non il sistema. È credibile? È opportunista? Cerca notorietà? Domande legittime, certo. Ma spesso diventano alibi per non interrogare il contesto.
La Daddario ha pagato un prezzo reputazionale altissimo. È stata ridotta a etichetta. Eppure, se si scava sotto la superficie mediatica, emerge un interrogativo più ampio: perché certi ambienti riescono a funzionare così a lungo senza che nessuno rompa davvero il silenzio?

Tra memoir e documento politico

Il libro non è un’inchiesta giornalistica. Non ha l’apparato probatorio di un’indagine giudiziaria. Ma possiede qualcosa che spesso manca agli atti ufficiali: la percezione dall’interno. È il racconto di come il potere si percepisce quando non teme conseguenze.
In questo senso, l’opera assume oggi una dimensione quasi politica. Non per le appartenenze partitiche, ma perché costringe il lettore a riflettere sulla relazione tra consenso, carisma e responsabilità. Il carisma può sedurre; la responsabilità dovrebbe frenare. Quando la seconda si eclissa, resta solo il primo.

Rileggere per capire

La forza di un libro si misura anche nella sua capacità di essere riletto in un altro tempo. Quello della Daddario, a distanza di anni, si sottrae alla categoria del semplice scandalo e si avvicina a quella del sintomo. Era il segnale di una cultura del potere che oggi, grazie a nuove inchieste e nuove sensibilità, viene messa sotto una lente più severa.
Forse non tutto ciò che racconta è stato compreso allora. Forse non tutto è stato verificato con la stessa attenzione che oggi pretendiamo. Ma l’intuizione di fondo, che l’intimità possa diventare strumento di dominio e che il potere tenda a proteggere se stesso prima della verità, appare, col senno di poi, tragicamente attuale.
E così, quello che sembrava un libro di cronaca rosa si rivela una radiografia. Non perfetta, non definitiva, ma necessaria. Perché a volte le Cassandra parlano prima che il mondo sia pronto ad ascoltare.

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