IL MATTINO
Il caso
14.02.2026 - 15:48
C’è un dettaglio che sembra uscito da un romanzo scritto con mano crudele dal fato stesso: Claudio Sterpin è morto proprio il 14 febbraio, il giorno di San Valentino.
Un giorno simbolo di promesse, di legami.
Un giorno che celebra la possibilità di un futuro condiviso. E in questo contesto, per quanto la cronaca cerchi sempre il distacco dall’emotività, il particolare non può essere ignorato, si carica di una strana, inquietante suggestione narrativa.
Sterpin non era un semplice testimone, una comparsa nella vicenda di Liliana Resinovich. Era un punto di riferimento, un confidente, l’uomo che in più di un’occasione aveva parlato di un possibile domani diverso, di strade alternative, di una vita che avrebbe potuto prendere una piega altra per lui e per Liliana.
La sua voce aveva il peso delle convinzioni e delle intuizioni che solo chi è vicino a un altro essere umano può avere.
Morire proprio il giorno di San Valentino sembra quasi un’ironica beffa del destino.
Per mesi, la vicenda Resinovich ha oscillato tra il dolore della famiglia, il mistero delle circostanze e le speculazioni dei media.
Ogni dettaglio, ogni parola, ogni testimonianza diventava subito parte di un mosaico complesso, fatto di contraddizioni, ipotesi, piste che si biforcavano.
Sterpin era una di quelle tessere che permetteva di provare a ricomporre l’immagine.
La sua assenza rende ora il quadro più frammentario, più sfocato, più difficile da decifrare.
A Trieste, città di confine, di mare e di misteri, le coincidenze del calendario assumono un peso quasi simbolico.
Il Carso, i vicoli, le piazze dove la vicenda è stata discussa diventano lo sfondo di un giallo che si intreccia con la psicologia dei protagonisti.
Morire nel giorno dedicato all’amore, alla promessa di un domani, amplifica il lato umano di una storia che altrimenti rischierebbe di essere solo numeri, atti giudiziari e perizie. Perché, nei gialli veri, quelli che non finiscono tra le pagine di un romanzo, il dettaglio emotivo conta quasi quanto l’evidenza.
Con la sua scomparsa cala il sipario su uno dei gialli più torbidi degli ultimi anni o, al contrario, apre un’ombra ancora più fitta su ciò che non sappiamo? Perché i casi di cronaca non si chiudono con i necrologi.
Non sempre.
Non quando restano zone grigie, contraddizioni, piste che si biforcano come sentieri nel Carso triestino.
Non quando una città come Trieste continua a sussurrare nei caffè e nei corridoi dei palazzi di giustizia.
Sterpin non era un comprimario qualsiasi.
Era l’uomo che parlava. Che ricostruiva. Che suggeriva retroscena.
La sua voce, spesso sopra le righe, altre volte rotta dall’emozione, è stata per mesi una contro-narrazione rispetto a quella ufficiale.
Ma la verità, se esiste una verità lineare, non dovrebbe dipendere da un solo testimone.
Il caso Resinovich è stato un mosaico di tessere spaiate: la scomparsa improvvisa, il ritrovamento del corpo, le perizie, le ipotesi, i rilanci mediatici.
Un’indagine che ha oscillato tra il dubbio del gesto volontario e l’ombra dell’omicidio, tra le prime ricostruzioni e le successive revisioni tecniche.
Ogni passaggio ha aperto una crepa.
Ogni crepa ha generato nuove domande.
C’è un nodo che resta: quanto peso aveva davvero la sua testimonianza?
Era una chiave interpretativa o solo una tessera emotiva?
Le sue dichiarazioni erano corroborate da elementi oggettivi o restavano nell’alveo di un racconto personale, magari sincero, ma non decisivo sul piano probatorio?
E poi c’è la dimensione umana, che in un giallo vero, non letterario, pesa più di qualsiasi trama e cioè Liliana, una donna descritta come riservata, metodica, lontana dagli eccessi.
Una vita apparentemente ordinaria che si incrina all’improvviso.
Intorno, relazioni complesse, equilibri fragili, silenzi che possono essere prudenza o paura.
Sterpin rappresentava una possibilità: quella di un futuro diverso per Liliana.
Se quella possibilità fosse reale, concreta, imminente, è qualcosa che le indagini hanno cercato di accertare. Ma la sua morte rende ora impossibile ogni ulteriore chiarimento diretto. Nessun confronto, nessuna nuova audizione, nessuna verifica incrociata delle sue parole.
Resta però un punto fermo: la verità giudiziaria non coincide sempre con la verità narrativa.
Un procedimento può chiudersi, un fascicolo può essere archiviato o riqualificato, ma il dubbio collettivo può sopravvivere.
E in questo caso il dubbio è diventato quasi un personaggio.
Allora la domanda si allarga, si fa più inquieta: chi trae beneficio dal silenzio?
È solo il naturale scorrere del tempo, che spegne protagonisti e testimoni, o è la conferma che le indagini devono camminare su basi indipendenti dalle voci, dalle suggestioni, dalle interpretazioni mediatiche?
La morte di Sterpin non altera le risultanze scientifiche, non annulla le testimonianze già raccolte, ma cambia radicalmente la percezione del caso, accentuando la sua dimensione simbolica e tragica.
La vicenda di Liliana Resinovich resterà, come sempre, sospesa tra i fatti e l’eco emotiva dei protagonisti che la storia ha chiamati a interpretare. Perché, in fondo, i gialli reali non finiscono con un colpo di scena, finiscono con atti, firme e ricordi che pesano più di ogni sentenza.
Sterpin rappresentava l’ultima possibilità di chiarimento diretto.
Nessuna nuova audizione potrà avvenire, nessun confronto faccia a faccia, nessuna verifica incrociata delle sue dichiarazioni.
Le perizie resteranno, i documenti rimarranno, ma la dimensione umana, la prospettiva di chi era vicino a Liliana, quella, è ora inaccessibile. La sua morte trasforma la cronaca in simbolo, il fatto in emblema, e il silenzio in un’eco che continuerà a risuonare nei corridoi della giustizia e nei discorsi di chi ha seguito la vicenda fin dall’inizio.
Nonostante la data tragica, nonostante il peso del simbolismo, le indagini possono continuare, le carte possono essere riaperte, i dubbi possono essere esplorati.
Il giallo, quello vero, non si archivia con un necrologio.
Ogni coincidenza, ogni elemento umano, ogni sfumatura emotiva serve a ricordare che la verità giudiziaria non sempre coincide con la verità percepita dalla collettività.
E in questo caso, quel ricordo è amaro e poetico al tempo stesso: l’ultimo addio di Claudio Sterpin, nell’ironica e crudele cornice di San Valentino, trasforma la cronaca nera in tragedia simbolica, lasciando aperto un interrogativo che nessuna morte potrà mai cancellare.
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