IL MATTINO
analisi
21.02.2026 - 15:25
Romano Prodi
C’è un momento, a Otto e mezzo, in cui Romano Prodi inclina appena il capo, lascia scivolare l’obiezione dell’interlocutore e risponde con una calma che non è lentezza ma controllo del tempo.
Non alza la voce, non indulge alla battuta virale, non si concede l’indignazione prêt-à-porter che oggi è moneta corrente nei salotti televisivi. Eppure resta lì, sulla cresta dell’onda, come uno che conosce le maree meglio dei surfisti.
Prodi è stato definito in molti modi: professore, federatore, uomo delle istituzioni, “boiardo di Stato”.
Quest’ultima etichetta, in Italia, è insieme accusa e certificato di competenza.
Evoca i corridoi dei ministeri, le partecipazioni statali, i consigli di amministrazione quando l’economia era una faccenda che si governava più con le relazioni che con gli algoritmi. Ma forse è proprio questo il punto: Prodi non è sopravvissuto nonostante quel passato.
È sopravvissuto grazie a quel passato.
La sua biografia è una mappa del potere italiano ed europeo degli ultimi quarant’anni.
Dalla guida dell’IRI alla presidenza del Consiglio, fino alla Commissione europea, quando era alla testa della Commissione europea, Prodi ha abitato i luoghi in cui le decisioni si prendono davvero, non quelli in cui si commentano.
Ha visto la politica quando era ancora un mestiere artigianale, fatto di mediazioni lunghe e pazienza certosina, e l’ha vista trasformarsi in spettacolo permanente.
Il segreto della sua longevità pubblica sta qui: Prodi non è mai stato un tribuno.
Non ha carisma nel senso muscolare del termine, non accende le folle con la retorica.
La sua cifra è un’altra: la solidità.
In un Paese che consuma leader come stagioni televisive, la solidità diventa un’anomalia quasi esotica.
E l’anomalia incuriosisce, rassicura, talvolta irrita, ma resta.
A Otto e mezzo, incalzato da Lilli Gruber, non ha bisogno di rivendicare il proprio curriculum.
Lo lascia sullo sfondo, come un dato acquisito. È il tono che conta, un misto di ironia bolognese e disciplina istituzionale.
Non concede quasi nulla all’emotività, ma nemmeno si trincera dietro il tecnicismo.
Parla come uno che conosce le pieghe del potere perché le ha percorse tutte. E chi conosce le pieghe raramente si lascia sorprendere dalle increspature.
L’accusa di essere stato un “boiardo di Stato” implica una visione: quella di un uomo cresciuto dentro e grazie alle strutture pubbliche, capace di muoversi con agio tra apparati e leve decisionali.
È un’accusa che, in tempi di antipolitica, suona come una colpa originaria. Ma nella logica del potere è un capitale.
Perché il potere, al netto delle narrazioni, ama chi lo capisce.
Non chi lo demonizza, non chi lo improvvisa. Chi lo conosce.
Prodi ha perso battaglie, talvolta in modo clamoroso.
È stato impallinato dai suoi, più che dagli avversari. E tuttavia, ogni volta, è riemerso come figura di riferimento: non necessariamente per guidare, ma per orientare. È la differenza tra il comandante e il cartografo. Il primo può essere sostituito; il secondo, se la mappa è complessa, torna sempre utile.
C’è in lui una qualità che la politica contemporanea ha quasi smarrito: la pazienza strategica.
Non l’attesa passiva, ma la capacità di collocare ogni mossa in una sequenza più lunga.
Questo lo rende meno brillante nel breve periodo, ma più resistente nel tempo.
È l’uomo delle transizioni, delle cuciture, delle maggioranze assemblate con filo sottile.
Un artigiano, appunto.
Non c’è nulla di romantico in questa traiettoria. Prodi non è un outsider che scardina il sistema: è uno che ne conosce le serrature. E proprio per questo, quando parla, anche chi non condivide le sue posizioni ascolta.
Perché sa che dietro ogni frase c’è un’esperienza accumulata, una memoria istituzionale che pochi possono vantare.
Rimanere sulla cresta dell’onda, nel suo caso, non significa dominare la scena, ma non esserne mai espulso.
È una forma di resilienza politica che non ha bisogno di effetti speciali.
In un’epoca che premia l’iperbole, Prodi resta un cultore della sottrazione. E forse è questa la sua vera forza: incarnare un’idea di potere come conoscenza, non come esibizione.
Alla fine, la domanda non è perché continui a essere utile.
La domanda è perché, in un sistema che cambia linguaggio ogni stagione, la competenza silenziosa resti una valuta spendibile.
Prodi non cavalca l’onda: ne studia le correnti. E finché la politica avrà bisogno di qualcuno che sappia dove si infrangono gli scogli, il professore troverà sempre un posto in prima fila.
Anche senza alzare la voce.
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