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18.02.2026 - 10:07
Dal 2002 al 2024 quasi 350mila laureati under 35 hanno lasciato il Mezzogiorno in direzione del Centro-Nord, per una perdita secca (al netto dei rientri) di 270 mila unità. Nel periodo, la quota di laureati tra i migranti meridionali tra i 25 e i 34 anni è triplicata: dal 20% del 2002 a circa il 60% nel 2024. Ai flussi migratori interni si affianca la crescente scelta della rotta Sud-estero: tra il 2002 e il 2024 oltre 63mila under 35 laureati meridionali hanno lasciato il Paese. Al netto dei rientri, la perdita complessiva per il Sud è di 45mila giovani qualificati. È quanto emerge dal report della Svimez “Un Paese, due emigrazioni”, presentato in collaborazione con Save the Children nel corso di un convegno ieri a Roma. Nel solo 2024, i giovani qualificati del Mezzogiorno che si sono trasferiti al Centro-Nord sono 23mila, quelli che hanno “scelto” l’estero sono più di 8mila. In un anno la perdita netta di giovani laureati del Sud, sommando migrazioni interne ed estere, ammonta a 24mila unità. Il fenomeno delle migrazioni intellettuali è fortemente femminile: dal 2002 al 2024 sono emigrate 195mila donne laureate dal Sud al Centro-Nord, 42mila in più degli uomini. La quota di qualificati tra i migranti meridionali diretti al Centro-Nord è cresciuta soprattutto tra le donne: dal 22% nel 2002 a quasi il 70% nel 2024, contro un aumento dal 14,6% al 50,7% tra gli uomini. Anche il Nord registra una crescente emigrazione internazionale: tra il 2002 e il 2024, 154mila laureati hanno lasciato una regione del Centro-Nord. Il fenomeno ha raggiunto il picco nel 2024: 21mila giovani laureati under 35 centro-settentrionali si sono trasferiti all’estero, valore doppio di quello del 2019 (circa 10mila). Il Centro-Nord compensa ampiamente le proprie perdite estere grazie ai flussi dal Mezzogiorno: +270mila saldo netto positivo nei confronti del Mezzogiorno tra il 2002 e il 2024. L’emigrazione dei laureati dai territori in cui si sono formati si traduce in una dispersione dell’investimento pubblico sostenuto per la loro istruzione a beneficio delle regioni e dei Paesi di destinazione. La SVIMEZ quantifica in 6,8 miliardi di euro l’anno il costo associato alla mobilità interna dei giovani laureati dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord: un trasferimento netto e strutturale di risorse pubbliche a favore delle aree più forti del Paese. A questo si aggiunge il costo delle migrazioni estere: per il Mezzogiorno la perdita di investimento formativo è stimabile in 1,1 miliardi di euro annui, mentre il Centro-Nord registra una perdita superiore ai 3 miliardi di euro l’anno per l’emigrazione all’estero dei profili più qualificati.
La mobilità non attende più la fine degli studi: si anticipa già al momento dell’avvio degli studi universitari. Nell’anno accademico 2024/2025, quasi 70mila studenti meridionali – su circa 521mila – studiano in un ateneo del Centro-Nord: oltre il 13% del totale, con picchi del 21% nelle discipline STEM. Campania e Sicilia generano da sole quasi metà del flusso in uscita. La Lombardia si conferma la regione più attrattiva, seguita da Emilia-Romagna e Lazio. L’emigrazione “anticipata” è motivata dalla scelta di avvicinarsi ai mercati del lavoro caratterizzati da maggiori opportunità occupazionali. Tra i laureati occupati che hanno conseguito il titolo in un ateneo del Centro-Nord, l’88,5% risulta occupato nella stessa macro-area a tre anni dalla laurea. La situazione appare significativamente diversa per chi si è laureato in un ateneo del Mezzogiorno: meno del 70% dei laureati trova occupazione nei territori di origine. La Svimez evidenzia un segnale importante in controtendenza. Negli ultimi anni è migliorata la capacità attrattiva degli Atenei meridionali: a parità di immatricolazioni negli atenei meridionali (108mila) per i corsi di laurea triennali e a ciclo unico, gli immatricolati meridionali negli Atenei del Centro-Nord si sono ridotti dai 24mila studenti nell’anno accademico 2021/2022 a 17mila nell’anno accademico 2024/2025.
Tra il 2002 e il 2024 gli anziani over 75 formalmente residenti al Sud che vivono stabilmente al Centro-Nord (definiti “nonni con la valigia”) sono quasi raddoppiati, passando da 96mila a oltre 184mila unità. Le stime si basano sull’analisi delle compensazioni della mobilità farmaceutica convenzionata e sulla spesa pro capite per farmaci della popolazione anziana. Questa emigrazione “sommersa” riflette due dinamiche intrecciate: da un lato, il ricongiungimento familiare con figli e nipoti emigrati al Centro-Nord, anche a supporto dei carichi di cura familiari; dall’altro, la crescente difficoltà di ricevere servizi di cura adeguati nel Mezzogiorno, caratterizzato da carenze nei servizi sanitari e assistenziali. L’incontro è stato aperto dalla direttrice Polo ricerche di Save the Children, Raffaela Milano, dal giornalista di Repubblica Antonio Fraschilla, che ha presentato il video “Un Paese, due emigrazioni. Freedom to move, right to stay”, e dalla ricercatrice della Svimez Serenella Caravella, che ha illustrato i dati salienti del report. Alla presentazione sono intervenuti il presidente della Consulta Anci Giovani Domenico Carbone, il presidente dei Giovani imprenditori Confindustria Salerno Vincenzo Iennaco, la segretaria nazionale dei Giovani Democratici Virginia Libero e il giornalista di Will Media Carlo Notarpietro. Nel corso della presentazione il direttore della Svimez, Luca Bianchi, ha sottolineato come siano necessarie nuove politiche pubbliche per il diritto a restare, orientate a valorizzare le competenze formate nel Mezzogiorno, mutuando gli strumenti di incentivo al rientro dei cervelli. Le migrazioni dei giovani laureati dal Mezzogiorno rappresentano sempre più spesso una risposta obbligata alla carenza di opportunità economiche, occupazionali e sociali nei territori di origine. In questa prospettiva, la SVIMEZ propone l’introduzione, a livello europeo, di un “Graduate Staying Premium”, basato su una detassazione parziale dei redditi da lavoro dei giovani laureati neoassunti nei primi anni di attività nelle regioni europee collocate nella trappola dei talenti. Il Graduate Staying Premium potrebbe configurarsi come uno degli strumenti innovativi delle politiche per l’occupabilità nella programmazione europea 2028-2034, intervenendo su uno dei principali fattori che alimentano la mobilità dei giovani qualificati. La misura consentirebbe infatti di aumentare il salario netto di ingresso, riducendo il divario rispetto alle aree più forti e rendendo concretamente più praticabile il diritto a restare”. Per la responsabile analisi e ricerche di Save the Children, Antonella Inverno, “sono proprio le ragazze e i ragazzi cresciuti nelle aree marginali e periferiche del Paese che faticano a immaginare un futuro in Italia e le loro aspirazioni trasformate in progetti di vita concreti. È invece in questi luoghi che dovrebbero concentrarsi politiche pubbliche, adeguatamente finanziate, affinché i più giovani possano pensare di rimanere nei territori di origine, diventando così a loro volta fautori dello sviluppo di quegli stessi territori”.
Se i giovani vanno via, chi resta nei nostri Comuni, soprattutto quelli piccoli? In Italia una persona su sei vive in un piccolo Comune. Sono infatti 9,6 milioni i cittadini residenti in 5.521 paesi sotto i 5mila abitanti, cioè il 16,4% della popolazione nazionale. È quanto emerge dal dossier Anci “Le persone che vivono nei piccoli comuni”, elaborato su dati Istat e realizzato in occasione degli Stati generali dei piccoli Comuni in programma il 19 e 20 febbraio a Roma. Dei quasi 10 milioni di abitanti nei piccoli Comuni, più della metà vive in realtà con meno di 3mila abitanti, mentre oltre un milione di persone risiede in paesi sotto i mille abitanti. Sono quelli “che rappresentano le condizioni di maggiore fragilità demografica e organizzativa”. Ben 867 piccoli Comuni, il 15,7%, sono classificati con livelli massimi o molto alti di fragilità – si legge nel dossier. Qui vivono oltre 1,4 milioni di persone, con una concentrazione significativa al Sud e in alcune aree del Centro Italia. Per quanto riguarda la superficie a rischio frane, la media è pari al 10,3%, oltre il doppio rispetto ai Comuni più grandi. In un altro dossier dedicato al personale nei piccoli Comuni si legge che quelli fino a 5mila abitanti contano oggi 53.228 dipendenti a tempo indeterminato, il 13,9% in meno rispetto a dodici anni fa. Mentre raddoppia l’incidenza del part-time: dal 14,1% al 29%. “Più part-time e meno personale complessivo equivalgono a una contrazione reale della forza amministrativa”, sottolineano. Quanto all’età media dei lavoratori, è intorno ai 51 anni. L’Anci fa notare poi come sia “particolarmente critica” la situazione dei segretari comunali: nei Comuni fino a 3mila abitanti, su 1.902 sedi di segreteria, solo 341 risultano coperte, mentre l’82% risulta vacante. L’Associazione si focalizza anche sui bilanci di queste realtà che “dimostrano solidità finanziaria e responsabilità amministrativa”: il 94% è in equilibrio e l’avanzo disponibile aggregato raggiunge 1,8 miliardi di euro, con un saldo positivo complessivo di 1,6 miliardi. Nel dossier sui bilanci si legge poi che i piccoli Comuni hanno sostenuto il 27% degli investimenti comunali del Pnrr. Ma a preoccupare l’Anci è “la prospettiva di oltre 8 miliardi di euro di tagli ai contributi per investimenti comunali nel prossimo decennio”.
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