IL MATTINO
Analisi
21.02.2026 - 12:16
C’è stato un tempo in cui il pettegolezzo abitava i cortili e le portinerie, e un altro, più recente, in cui ha preso posto in prima pagina con la compostezza di un editoriale.
La “Repubblica del Pettine” non è un vezzo linguistico, ma la fotografia di un sistema mediatico in cui il retroscena è diventato grammatica e la scostumatezza una categoria narrativa stabile.
Non più incidente, non più deviazione: metodo.
La vicenda che ha coinvolto Lucio Presta, Paolo Bonolis e Sonia Bruganelli offre un caso di studio quasi didattico.
Un’autobiografia in cui il manager racconta non solo carriere, contratti e successi, ma anche dinamiche personali dei propri assistiti.
Le reazioni pubbliche, le repliche, le puntualizzazioni hanno fatto il resto.
Il libro diventa evento, l’evento diventa dibattito, il dibattito si nutre di dettagli privati.
Il pettine passa tra le vite altrui e le rende racconto condiviso.
Qui la questione non è stabilire chi abbia ragione.
È interrogarsi su cosa significhi, oggi, trasformare l’intimità in materiale editoriale legittimo.
Tradizionalmente, il gossip è un racconto su altri, mediato da una terza parte che si assume il rischio, e il vantaggio, della diffusione.
In questo caso, invece, la fonte è interna al sistema.
Non un paparazzo, non un settimanale scandalistico, ma un protagonista della macchina dello spettacolo che decide di mettere in piazza i retroscena.
L’autobiografia, genere nobile per definizione, si ibrida con la logica del pettegolezzo.
La memoria diventa evento.
La scostumatezza, qui, non è tanto nei dettagli in sé, quanto nel cambio di postura.
Il manager, figura tradizionalmente votata alla discrezione, assume il ruolo di narratore onnisciente.
Il patto fiduciario implicito tra assistito e agente, fondato sulla protezione, sulla gestione dell’immagine, è riletto alla luce di un’esigenza di visibilità personale.
È una dinamica coerente con il nostro tempo: non esistono più comparse. Tutti aspirano al centro del racconto.
I quotidiani, da parte loro, non possono che rilanciare.
Le anticipazioni del libro, le frasi estrapolate, le risposte piccate dei diretti interessati alimentano una narrazione seriale.
La querelle si dilata, occupa spazio, genera commenti.
Non importa stabilire chi abbia ragione.
Ciò che conta è la dinamica conflittuale, la tensione tra versioni.
È la drammaturgia a prevalere.
In questa trasformazione si coglie un tratto tipico della contemporaneità mediatica: la privatizzazione del discorso pubblico e, simmetricamente, la pubblicizzazione del privato.
Le autobiografie di personaggi dello spettacolo non sono più soltanto esercizi di ricostruzione personale; sono strumenti di posizionamento. Raccontare gli altri significa ridefinire il proprio ruolo nella gerarchia simbolica.
Il dettaglio privato è moneta narrativa forte, più efficace di qualunque analisi astratta.
In un mercato editoriale affollato, la rivelazione diventa leva promozionale.
C’è però un effetto collaterale meno evidente. Quando il racconto della vita privata diventa strumento ordinario di legittimazione, si produce una normalizzazione dell’indiscrezione. Se il manager può raccontare l’assistito, se l’ex partner può intervenire pubblicamente, se ogni frattura diventa materiale editoriale, allora la discrezione appare quasi sospetta, come se celasse qualcosa di non detto.
Il silenzio perde valore.
In questa torsione si legge un tratto più ampio della cultura contemporanea.
La visibilità è diventata capitale simbolico primario.
Non esistono più figure puramente ancillari: tutti, prima o poi, rivendicano il centro della scena.
I quotidiani, a loro volta, hanno interiorizzato la logica del pettine.
Stretti tra la crisi del modello tradizionale e l’economia dell’attenzione, hanno trovato nel gossip una narrazione a basso costo e ad alta resa emotiva.
Le dinamiche sentimentali, le frizioni professionali, le frasi estrapolate diventano episodi di una serie permanente.
Il lessico è quello della politica, “retroscena”, “fonti”, “retate di dichiarazioni”, ma l’oggetto è la vita privata.
È la spettacolarizzazione diffusa della sfera pubblica.
Sociologicamente, il fenomeno segnala una ridefinizione dei confini tra pubblico e privato. Se l’intimità può essere pubblicata, commentata, monetizzata, allora la discrezione perde valore simbolico.
Anzi, rischia di apparire sospetta.
Il silenzio, un tempo cifra di eleganza, diventa anomalia narrativa.
In un contesto in cui tutto è potenzialmente contenuto, ciò che non si espone sembra sottrarsi a una regola implicita di trasparenza.
È scostumatezza?
In senso classico, sì: perché rende pubblico ciò che la consuetudine vorrebbe riservato. Ma è anche un prodotto coerente del nostro ecosistema mediatico.
L’algoritmo premia l’emozione, la polarizzazione, la rivelazione.
Il dettaglio privato è moneta forte, più di un’analisi strutturata, più di una riflessione astratta.
L’indignazione genera traffico; il traffico legittima la copertura; la copertura normalizza la pratica.
E tuttavia il gossip non è soltanto degrado. Storicamente, il pettegolezzo è una forma di controllo sociale: definisce norme, segnala deviazioni, costruisce reputazioni.
Nella sua versione mediatica su scala nazionale, continua a svolgere questa funzione, ma con un’intensità e una permanenza inedite. La memoria digitale non dimentica; il retroscena resta archiviato, disponibile, riattivabile.
La “Repubblica del Pettine” è dunque un sistema complesso, non una semplice deriva plebea.
Non si tratta di rimpiangere un’età dell’oro della discrezione, forse mai esistita, ma di interrogarsi sul nuovo decoro.
Se tutto è raccontabile, nulla è davvero significativo.
Se ogni frattura privata diventa titolo, la gerarchia delle notizie si appiattisce.
Il caso Presta–Bonolis–Bruganelli passerà, sostituito da un’altra autobiografia, da un’altra replica, da un’altra querelle, dalle prime pagine dei giornali in cui cercare il dettaglio più rivelatore.
Resterà però la grammatica che lo ha reso possibile: una narrazione che trova nell’intimità esposta la sua forma più efficace.
Non enfasi, non moralismo.
Piuttosto la constatazione che il confine tra cronaca e chiacchiera si è fatto poroso.
E che, in quella porosità, si gioca una parte non secondaria della nostra educazione sentimentale collettiva, e del nostro modo di intendere il decoro pubblico, in cui la scostumatezza, più che uno scandalo, è diventata una risorsa narrativa.
Per i lettori, il meccanismo è ambivalente.
Da un lato, c’è la fascinazione per il “dietro le quinte”, la promessa di autenticità. Dall’altro, si consolida una postura giudicante.
Il pubblico è chiamato a prendere posizione, a distribuire torti e ragioni, a commentare dinamiche di cui conosce solo frammenti.
È una forma di partecipazione che simula prossimità ma si fonda su una distanza incolmabile, ed è questo il suo limite più grande.
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